Cavalleria Cristiana

"È autentica Cavalleria Cristiana quella dei Cavalieri Erranti, nel duplice senso di andare ed errare, simili ai saggi e giusti di Dio, i quali si ritirano di tanto in tanto nella fortezza della Tradizione Interiore per dare la scalata alle vette dello Spirito" Primo Siena

martedì 4 febbraio 2014

Catechesi di Papa Francesco sullo Spirito Santo
Udienza Generale Piazza San Pietro Mercoledì, 15 maggio 2013

Cari fratelli e sorelle buongiorno!
oggi vorrei soffermarmi sull’azione che lo Spirito Santo compie nel guidare la Chiesa e ciascuno di noi alla Verità. Gesù stesso dice ai discepoli: lo Spirito Santo «vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13), essendo Egli stesso «lo Spirito di Verità» (cfr Gv 14,17; 15,26; 16,13).
Viviamo in un’epoca in cui si è piuttosto scettici nei confronti della verità. Benedetto XVI ha parlato molte volte di relativismo, della tendenza cioè a ritenere che non ci sia nulla di definitivo e a pensare che la verità venga data dal consenso o da quello che noi vogliamo. Sorge la domanda: esiste veramente “la” verità? Che cos’è “la” verità? Possiamo conoscerla? Possiamo trovarla? Qui mi viene in mente la domanda del Procuratore romano Ponzio Pilato quando Gesù gli rivela il senso profondo della sua missione: «Che cos’è la verità?» (Gv 18,37.38). Pilato non riesce a capire che “la” Verità è davanti a lui, non riesce a vedere in Gesù il volto della verità, che è il volto di Dio. Eppure, Gesù è proprio questo: la Verità, che, nella pienezza dei tempi, «si è fatta carne» (Gv 1,1.14), è venuta in mezzo a noi perché noi la conoscessimo. La verità non si afferra come una cosa, la verità si incontra. Non è un possesso, è un incontro con una Persona.
Ma chi ci fa riconoscere che Gesù è “la” Parola di verità, il Figlio unigenito di Dio Padre? San Paolo insegna che «nessuno può dire: “Gesù è Signore!” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3). E’ proprio lo Spirito Santo, il dono di Cristo Risorto, che ci fa riconoscere la Verità. Gesù lo definisce il “Paraclito”, cioè “colui che ci viene in aiuto”, che è al nostro fianco per sostenerci in questo cammino di conoscenza; e, durante l’Ultima Cena, Gesù assicura ai discepoli che lo Spirito Santo insegnerà ogni cosa, ricordando loro le sue parole (cfr Gv 14,26).
Qual è allora l’azione dello Spirito Santo nella nostra vita e nella vita della Chiesa per guidarci alla verità? Anzitutto, ricorda e imprime nei cuori dei credenti le parole che Gesù ha detto, e, proprio attraverso tali parole, la legge di Dio – come avevano annunciato i profeti dell’Antico Testamento – viene inscritta nel nostro cuore e diventa in noi principio di valutazione nelle scelte e di guida nelle azioni quotidiane, diventa principio di vita. Si realizza la grande profezia di Ezechiele: «vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo… Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (36,25-27). Infatti, è dall’intimo di noi stessi che nascono le nostre azioni: è proprio il cuore che deve convertirsi a Dio, e lo Spirito Santo lo trasforma se noi ci apriamo a Lui.
Lo Spirito Santo, poi, come promette Gesù, ci guida «a tutta la verità» (Gv 16,13); ci guida non solo all’incontro con Gesù, pienezza della Verità, ma ci guida anche “dentro” la Verità, ci fa entrare cioè in una comunione sempre più profonda con Gesù, donandoci l’intelligenza delle cose di Dio. E questa non la possiamo raggiungere con le nostre forze. Se Dio non ci illumina interiormente, il nostro essere cristiani sarà superficiale. La Tradizione della Chiesa afferma che lo Spirito di verità agisce nel nostro cuore suscitando quel “senso della fede” (sensus fidei) attraverso il quale, come afferma il Concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, sotto la guida del Magistero, aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa, la approfondisce con retto giudizio e la applica più pienamente nella vita (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 12). Proviamo a chiederci: sono aperto all’azione dello Spirito Santo, lo prego perché mi dia luce, mi renda più sensibile alle cose di Dio? Questa è una preghiera che dobbiamo fare tutti i giorni: «Spirito Santo fa’ che il mio cuore sia aperto alla Parola di Dio, che il mio cuore sia aperto al bene, che il mio cuore sia aperto alla bellezza di Dio tutti i giorni». Vorrei fare una domanda a tutti: quanti di voi pregano ogni giorno lo Spirito Santo? Saranno pochi, ma noi dobbiamo soddisfare questo desiderio di Gesù e pregare tutti i giorni lo Spirito Santo, perché ci apra il cuore verso Gesù.
Pensiamo a Maria che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19.51). L’accoglienza delle parole e delle verità della fede perché diventino vita, si realizza e cresce sotto l’azione dello Spirito Santo. In questo senso occorre imparare da Maria, rivivere il suo “sì”, la sua disponibilità totale a ricevere il Figlio di Dio nella sua vita, che da quel momento è trasformata. Attraverso lo Spirito Santo, il Padre e il Figlio prendono dimora presso di noi: noi viviamo in Dio e di Dio. Ma la nostra vita è veramente animata da Dio? Quante cose metto prima di Dio?
Cari fratelli e sorelle, abbiamo bisogno di lasciarci inondare dalla luce dello Spirito Santo, perché Egli ci introduca nella Verità di Dio, che è l’unico Signore della nostra vita. In quest’Anno della fede chiediamoci se concretamente abbiamo fatto qualche passo per conoscere di più Cristo e le verità della fede, leggendo e meditando la Sacra Scrittura, studiando il Catechismo, accostandosi con costanza ai Sacramenti. Ma chiediamoci contemporaneamente quali passi stiamo facendo perché la fede orienti tutta la nostra esistenza. Non si è cristiani “a tempo”, soltanto in alcuni momenti, in alcune circostanze, in alcune scelte. Non si può essere cristiani così, si è cristiani in ogni momento! Totalmente! La verità di Cristo, che lo Spirito Santo ci insegna e ci dona, interessa per sempre e totalmente la nostra vita quotidiana. Invochiamolo più spesso, perché ci guidi sulla strada dei discepoli di Cristo. Invochiamolo tutti i giorni. Vi faccio questa proposta: invochiamo tutti i giorni lo Spirito Santo, così lo Spirito Santo ci avvicinerà a Gesù Cristo.

giovedì 26 dicembre 2013

Buon Natale a tutti i lettori

Da una parabola ebraica:

..c’erano quattro candele accese…: la prima si lamentava: “Io sono la pace. Ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere”. E così accadde. La seconda disse: “Io sono la fede. Ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere”. E così accadde. La terza candela confessò: “Io sono l’amore. Ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere”. All’improvviso nella stanza comparve un bambino che, piangendo, disse: “Ho paura del buio”. Allora la quarta candela disse: “Non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la speranza”.»


Attorno al simbolo del cero acceso si sviluppa anche la parabola ebraica sopra sintetizzata: essa mette in scena simbolicamente la pace, che nella Bibbia è il grande dono messianico, e le tre virtù teologali. Anche in questo racconto al centro c'è un bambino, come il neonato Gesù del testo evangelico (Luca 2, 22-40): è lui a far sfavillare nuovamente le candele spente. Sì, perché sulla storia il sudario delle tenebre si allarga spegnendo le luci della pace, dono sempre sospirato, della fede che allarga gli orizzonti e dell'amore che riscalda la vita. Rimane l'ultimo filo di luce, quello della candela della speranza. Ad essa si rivolge il bambino per riportare in vita la pace, la fede e l'amore. Anche le nostre riflessioni quotidiane sono spesso segnate dallo sconforto e dal realismo che ci induce giustamente a non ignorare il male del mondo. Ma l'ultima parola dovrebbe essere sempre quella della speranza, «il rischio da correre, anzi, il rischio dei rischi» (G. Bernanos) che riesce a far sbocciare la luce. 

Fonte:
http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/le%20quattro%20candele.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

domenica 8 dicembre 2013


Esulto e gioisco nel Signore,
l’anima mia si allieta nel mio Dio,
perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza,
mi ha avvolto con il manto della giustizia,
come una sposa adornata di gioielli. (Is 61,10)

domenica 24 novembre 2013

“Ehi, voi laggiù! Noi, quassù, non ne possiamo più!”. Peccato e castigo.

Proponiamo la lettura di un articolo del sito "PapalePapale.com" di Antonio Margheriti Mastino. Condividiamo pienamente l'esortazione a meditare in maniera sapienziale il disastro dell'alluvione in Sardegna, ricordando anche quella di inizio Giugno di quest'anno stesso in Austria e Germania.
Ci lascia invece abbastanza perplessi l'attribuire come causa della maggior furia a Olbia dell'alluvione, l'apertura della cappella ecumenica all'Aeroporto Costa Smeralda voluta dal vescovo Sanguinetti. 
Buona visione e buona lettura.

Una sera di agosto di molti anni fa, avevo circa otto anni, io e altri bambini del condominio, giocavamo nel giardino condominiale. Eravamo molto chiassosi. Dopo le dieci di sera, il condomino dell’ultimo piano, ci lanciò una freddissima secchiata d’acqua, gridando: “Ehi, voi laggiù! Noi, quassù, non ne possiamo più!”.
Perché vi racconto questo episodio della mia infanzia?
Come potete dedurre dal cognome, la regione della Strega è la bellissima Sardegna, recentemente duramente colpita dal ciclone “Cleopatra”.
Lo scorso 13 luglio, all’aeroporto “Costa Smeralda” di Olbia, è stata inaugurata dal vescovo di Tempio-Pausania, monsignor Sebastiano Sanguinetti, una cappella ecumenica, un specie di luogo di meditazione progettato per credenti e non credenti.
La città colpita più duramente dalla “bomba d’acqua” è proprio Olbia. È solo un coincidenza?
Negli ultimi dieci anni, il mondo è caduto sempre più in basso, arrivando quasi a toccare il fondo più putrido del peccato. Ciò che appariva impossibile ritenere anche solo tollerabile, in quanto contro natura, oggi sta diventando “diritto civile”: sodomia, pedofilia e pederastia, l’incesto, la zoofilia, etc… Neppure ai tempi del diluvio, l’umanità si era ribellata così tanto al suo Creatore. «L’umanità di oggi», disse S. Pio da Pietrelcina poco prima di morire, «è peggiore dei demoni, i quali ancora temono e tremano davanti a Dio».
Effettivamente, dal 2004 ad oggi, le catastrofe naturali sono raddoppiate in quasi tutto il globo terrestre. Negli ultimi 9 anni, non c’è continente che non sia stato colpito da una devastante calamità naturale, a cominciare dal famoso tsunami del dicembre del 2004, passando per i tornado nelle Americhe, i terremoti in Giappone e i cicloni in Europa. Solamente l’Italia, dal 2009 ad oggi, è stata colpita da due terremoti (Abruzzo ed Emilia-Romagna) e dal citato ciclone in Sardegna.
Coloro che sono conviti che Dio non castighi, sono degli scellerati che non sanno apprezzare questi preziosi richiami del Signore al pentimento e alla penitenza. “Castigare”, abbiamo visto precedentemente, vuol dire “rendere casto”, purificare, mondare. Se il Signore non ci castigasse, non ci rendesse casti, non avremo parte con Lui né in questa, né nell’altra vita. I suoi castighi non sono mai fini a stessi: servono a purificarci e ad ammonirci, ad avvisarci che stiamo abusando della sua Giustizia e della sua Misericordia.
Il mondo è diventato una grande macchia di peccato e la cattolicità sta superando il limite dell’apostasia.
“Ehi, voi laggiù! Noi, quassù, non ne possiamo più!”.
Il Signore, però, anche quando tocchiamo il fondo, non manca mai di darci l’aiuto per risalire. Questo aiuto è la Madonna.
L’anno scorso, i vigili del fuoco di New York, il giorno dopo il tremendo uragano Sandy, misero nella loro pagina Facebook la foto di una statua della Beata Vergine Maria situata nel quartiere “Queens”, precisamente nella sezione di “Breezy Point”, l’unico oggetto rimasto intatto dalla furia dell’uragano. Più di ottanta edifici furono distrutti, solo quella statua rimase in piedi.
Anche nelle Filippine, paese colpito da un cataclisma lo scorso 15 ottobre, gli unici oggetti rimasti intatti nei luogo più devastati, sono statue sacre.
Nella Sardegna della Strega, si parla di “miracolo di Arzachena”, un paesino dalla Gallura, quasi completamene distrutto: solamente due statuine sacre sono rimaste intatte dalla furia dell’acqua.
La Madonna, dunque, è la nostra ancora di salvezza. Non disprezziamola e facciamo ciò che ci raccomanda: «Pentitevi! Pentitevi! Pentitevi!» (Apparizione di Lourdes). «[...] Abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: “Penitenza, Penitenza, Penitenza!” [...]» (Terza parte del Segreto di Fatima).
I frutti del castigo di Dio devono essere il pentimento, la conversione e la penitenza.

sabato 19 ottobre 2013

Emperor Karl of Austria, King of Hungary


Lunedì 21 Ottobre sarà la festa liturgica del Beato Carlo d'Asburgo.
Preghiamo per la pace in Europa e nel mondo, per avere governanti che seguano le leggi del Creatore e per le intenzioni del Santo Padre.

domenica 1 settembre 2013

Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra.

1 Settembre 1939: la Germania nazista invase la Polonia. Due giorni dopo Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra a Hitler. Il grido di Pio XII rimase inascoltato: "Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra".



Nell'odierno angelus abbiamo potuto constatare la forte preoccupazione di Papa Francesco per le terribili conseguenze dovute ad un irresponsabile attacco alla Siria. Accogliamo il suo appello al digiuno per il prossimo 7 Settembre e preghiamo Maria, Regina del Cielo e della Terra, che ci sia concessa la pace.

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. (Mt 5,3-5,9)

venerdì 16 agosto 2013

La prima volta che Francesco contraddice Benedetto

Su un punto nevralgico: la messa in rito antico. Ratzinger ne ha consentito a tutti la celebrazione. Bergoglio l'ha proibita a un ordine religioso che la prediligeva
 ( fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350567 )

di Sandro Magister





ROMA, 29 luglio 2013 – Un punto sul quale Jorge Mario Bergoglio era atteso al varco, dopo la sua elezione a papa, era quello della messa in rito antico.

C'era chi prevedeva che papa Francesco non si sarebbe discostato dalla linea del suo predecessore. Il quale aveva liberalizzato la celebrazione della messa in rito antico come forma "straordinaria" del rito moderno, con il motu proprio "Summorum pontificum" del 7 luglio 2007:

> Benedetto XVI liberalizza il rito antico della messa. E spiega perché

e con la successiva istruzione "Universæ ecclesiæ" del 13 maggio 2011:

> Due messe per un'unica Chiesa

E c'era chi invece pronosticava da parte di Francesco una restrizione – o addirittura una cancellazione – della possibilità di celebrare la messa con il rito anteriore al Concilio Vaticano II, anche a costo di contraddire le delibere di Benedetto XVI con lui ancora vivente.

A leggere un decreto emesso dalla congregazione vaticana per i religiosi poco prima del viaggio di Francesco in Brasile, con l'approvazione esplicita dello stesso papa, si dovrebbe dare più ragione ai secondi che ai primi.

Il decreto ha la data dell'11 luglio 2013, il numero di protocollo 52741/2012  e le firme del prefetto della congregazione, il cardinale Joao Braz de Aviz, focolarino, e del segretario della stessa, l'arcivescovo José Rodríguez Carballo, francescano.

Braz de Aviz è l'unico alto dirigente di curia di nazionalità brasiliana e per questo ha accompagnato Francesco nel suo viaggio a Rio de Janeiro. Ha fama di progressista, anche se più gli si addice quella di confusionario. E sarà probabilmente uno dei primi a saltare, appena la riforma della curia annunciata da Francesco prenderà corpo.

Rodríguez Carballo gode invece della piena fiducia del papa. La sua promozione a numero due della congregazione è stata voluta dallo stesso Francesco all'inizio del suo pontificato.

Difficile dunque pensare che papa Bergoglio non si sia avveduto di ciò che approvava, quando gli fu presentato il decreto prima della pubblicazione.

Il decreto insedia un commissario apostolico – nella persona del cappuccino Fidenzio Volpi – alla testa di tutte le comunità della congregazione dei Frati Francescani dell'Immacolata.

E già questo è motivo di stupore. Perché i Francescani dell'Immacolata sono una delle più fiorenti comunità religiose nate nella Chiesa cattolica negli ultimi decenni, con rami maschili e femminili, con numerose e giovani vocazioni, diffusi in più continenti e con una missione anche in Argentina.

Si vogliono fedeli alla tradizione, nel pieno rispetto del magistero della Chiesa. Tant'è vero che nelle loro comunità celebrano messe sia in rito antico che in rito moderno, come del resto fanno in tutto il mondo centinaia di altre comunità religiose – per fare un solo esempio i benedettini di Norcia – applicando lo spirito e la lettera del motu proprio "Summorum pontificum" di Benedetto XVI.

Ma proprio questo è stato loro contestato da un nucleo di dissidenti interni, i quali si sono appellati alle autorità vaticane lamentando l'eccessiva propensione della loro congregazione a celebrare la messa in rito antico, con l'effetto di creare esclusioni e contrapposizioni dentro le comunità, di minare l'unità interna e, peggio, di indebolire il più generale "sentire cum Ecclesia".

Le autorità vaticane hanno risposto inviando un anno fa un visitatore apostolico. E ora ecco la nomina del commissario.

Ma ciò che più stupisce sono le ultime cinque righe del decreto dell'11 luglio:

"In aggiunta a quanto sopra, il Santo Padre Francesco ha disposto che ogni religioso della congregazione dei Frati Francescani dell'Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l'uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata [sic] dalle competenti autorità, per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta".

Lo stupore deriva dal fatto che ciò che qui viene decretato contraddice le disposizioni date da Benedetto XVI, che per la celebrazione della messa in rito antico "sine populo" non esigono alcuna previa richiesta di autorizzazione:

"Ad talem celebrationem secundum unum alterumve Missale, sacerdos nulla eget licentia, nec Sedis Apostolicae nec Ordinarii sui" (1).

Mentre per le messe "cum populo" pongono alcune condizioni, ma sempre assicurando la libertà di celebrare.

In generale, contro un decreto di una congregazione vaticana è possibile fare ricorso presso il supremo tribunale della segnatura apostolica, oggi presieduto da un cardinale, l'americano Raymond Leo Burke, giudicato amico dai tradizionalisti.

Ma se il decreto è oggetto di approvazione in forma specifica da parte del papa, come sembra avvenire in questo caso, il ricorso non è ammesso.

I Francescani dell'Immacolata dovranno attenersi al divieto di celebrare la messa in rito antico a partire da domenica 11 agosto.

E ora che cosa accadrà, non solo tra loro ma nella Chiesa intera?

Era convinzione di Benedetto XVI che "le due forme dell’uso del rito romano possono arricchirsi a vicenda". L'aveva spiegato nell'accorata lettera ai vescovi di tutto il mondo con cui aveva accompagnato il motu proprio "Summorum pontificum":

> "Con grande fiducia e speranza…"


Ma da qui in avanti non sarà più così, almeno non per tutti. Ai Francescani dell'Immacolata, costretti a celebrare la messa soltanto nella forma moderna, non resterà che un solo modo per fare tesoro di quello che ancora Benedetto XVI auspicava: "manifestare" anche in questa forma, "in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso".

Sta di fatto che un caposaldo del pontificato di Joseph Ratzinger è stato incrinato. Da un'eccezione che molti temono – o auspicano – diventerà presto la regola.

__________


(1) Curiosamente, ancora sei anni dopo la pubblicazione, il motu proprio "Summorum Pontificum" di Benedetto XVI continua a essere presente nel sito ufficiale della Santa Sede solamente in due lingue e tra le meno conosciute: la latina e l'ungherese.

giovedì 15 agosto 2013

Et signum magnum apparuit in caelo; mulier amicta sole, et luna sub pedibus eius, et in capite eius corona stellarum duodecim. Et in utero habens clamabat parturiens et cruciabatur ut pariat.  (Ap 12,1)



Tiziano Vecellio, "Assunzione della Vergine", 1516-18 - Olio su tavola, 690 x 360 cm, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia -

giovedì 8 agosto 2013

Etimologia di due parole in neolingua

Non volevamo immischiarci nei temi caldi dell'omofobia e del femminicidio proposti dai mezzi di informazione negli ultimi mesi, ma alla fine abbiamo deciso di dare il nostro contributo.
Analizziamo etimologicamente le due parole. Dal greco antico homòios (uguale, stesso) + fòbos (paura). Il risultato vuol dire dunque paura dell'uguale. Ma chi è omofobo non dovrebbe avere paura del diverso ossia di chi è omosessuale? Il termine giusto sarebbe quindi omosessualfobia o gayfobia.
Arriviamo all'etimologia della parola femminicidio. Prendendo il vocabolario etimologico Pianigiani, la parola "femmina" (dal latino FOEMINA) può avere due diverse origini. Secondo il filologo Curtius la radice sanscrita DHA ha il senso di allattare. Il filologo Georges invece attribuisce la stessa origine al termine feto. La desinenza -MINA risponderebbe ad un suffisso participiale. La parola femmina, in sostanza, significherebbe "colei che allatta/genera". Poniamo pertanto un'altra domanda: perché non chiamare questo reato donnicidio? La parola DONNA deriva sempre dal Latino (domina, -ae) ed ebbe una volta il significato di signora; oggi è comunemente usato per la Femmina della specie umana. Ma allora non sarebbe femminicidio anche la soppressione di una mucca mandata al macello, di una gatta, e via dicendo?
Aggiungiamo, inoltre, che l'italiano non ha mantenuto una parola diversa da Uomo per indicare l'essere umano sia uomo che donna. E' da ciò che deriva omicidio, ragione in più perché il reato si dovrebbe chiamare DONNICIDIO, se proprio vogliamo creare un'aggravante. Il greco ha come parola ANTHROPOS, il tedesco MENSCH. Entrambi stanno ad indicare la razza umana e che uomo e donna hanno pari dignità.

lunedì 15 luglio 2013

Famiglia e società




Fino al X secolo non occorreva un sacerdote per sancire il patto tra gli sposi; la Chiesa, che ai legami di sangue favoriva la comunità di fede, non aveva ancora elaborato il predominio giuridico sulla famiglia. E’ giusto dire che nel tempo il matrimonio si è rivelato uno “strumento clericale” per fare adepti?

La Chiesa cattolica non si è mai disinteressata del matrimonio, ma di questo ne ha fatto un sacramento abbastanza tardi, nel XII° secolo. Controllare il matrimonio era per essa un modo di intervenire nelle alleanze tra le famiglie e le discendenze. Ma la Chiesa ha anche ereditato una diffidenza verso il corpo e il sesso, sconfinata, nei primi secoli della nostra epoca, agli eccessi delle sette encratiste. San Paolo vedeva nel matrimonio un ripiego, un «rimedio contro la lussuria»: sposatevi, diceva lui in sostanza, se non siete capaci di fare altrimenti, cioè di restare vergini. Ciò spiega, nonostante tutto quello che si possa dire in favore del matrimonio, il modo in cui la Chiesa ha sempre considerato la verginità  uno stato perfetto. Non direi che il matrimonio è diventato oggi uno “strumento clericale” : la gente si sposa sempre meno e la pratica religiosa è in crisi. A differenza dell’Italia, in Francia vi è inoltre un fenomeno particolarmente accentuato: al momento attuale, un bambino su due nasce fuori dal matrimonio, proporzione che passa a due bambini su tre nelle grandi città.

 Qual era l’atteggiamento originario della Chiesa rispetto all’aborto?

Nel Medioevo, la Chiesa si rifarà soprattutto all’insegnamento di San Tommaso D’Aquino, il quale a sua volta aveva adottato il pensiero di Aristotele rispetto al concepimento e alla gravidanza. Per Aristotele, il feto non era «animato», cioè realmente dotato di un’anima fin dalla fecondazione, ma solo dopo qualche settimana. La Chiesa, quindi, distingueva tra aborto precoce e aborto tardivo, sanzionato molto più severamente del primo. Quello che la Chiesa ha elaborato sull’anima, non è che la conseguenza di ciò che l’ha indotta a condannare senza sfumature tutte le forme d’aborto.

Nonostante la liberalizzazione dei costumi e la disfatta delle consuetudini, “la medesima origine sociale” resta ancora saldo collante per la coppia…

Tutti i sociologi sanno che le relazioni che legano due individui non si basano sull’azzardo. La probabilità di cercare e di trovare un partner nell’ambiente sociale al quale si appartiene è maggiore che trovarlo altrove, semplicemente perché non si frequentano altri ambienti. I club di incontri che si trovano su Internet favoriscono le relazioni sessuali tra gente di differente appartenenza, ma si tratta di relazioni difficilmente durevoli. Ben inteso, ci sono sempre le eccezioni. Quando degli individui di livelli sociali diversi decidono di formare una coppia, solitamente è l’uomo ad appartenere al ceto superiore: statisticamente, gli uomini danno meno importanza alla condizione sociale per la scelta della compagna, perché, prima di tutto, sono sensibili all’apparenza fisica. Al contrario, tutti i sondaggi rivelano che lo stato sociale per la donna conta molto, apparendole come una garanzia di sicurezza. Ma queste osservazioni devono ancora essere ricollocate in un contesto più esteso. Gli studi generali dei quali si dispone dimostrano che le coppie più “longeve” sono quelle che si somigliano maggiormente. E’ l’origine del proverbio: «Chi si assomiglia, si piglia».

Il Concilio Vaticano II alla procreazione farà prevalere l’unione tra uomo e donna, quindi il diritto alla felicità. Si può parlare di “processo di individualizzazione” perseguito dalla Chiesa stessa?

 
Nel Medioevo, la Chiesa ha favorito una certa individualizzazione dei comportamenti, nella misura in cui essa ha privilegiato la volontà di sposare gli individui, in opposizione alle loro rispettive famiglie (un tempo si chiamava  “matrimonio segreto”). Essa ha così ha favorito un’evoluzione che, a lungo termine, ha portato al “matrimonio d’amore”, il quale oggi è la principale causa di divorzio: ci si sposa quando si ama, ci si lascia quando non si ama più. Nell’Antichità, il matrimonio era prima di tutto un’istituzione riguardante le famiglie. Ecco, la conseguenza del matrimonio ridotto a contratto tra individui. La Chiesa ha sempre considerato la procreazione come la finalità profonda del matrimonio, tuttavia sa bene che certe coppie non possono avere figli, sia per sterilità, sia a causa dell’età troppo avanzata dei coniugi.

La società (femminile) ha sostituito lo Stato (maschile). Quali sono, a suo avviso, le conseguenze?

Si assiste oggi a un’incontestabile femminilizzazione della società. Bisogna vedere il risultato di due fattori differenti. In primo luogo esiste un’evoluzione dei costumi, che tende a stabilire la parità tra uomo e donna in tutti i domini, restringendo seriamente le antiche prerogative degli uomini e dei padri in rapporto all’aumento delle rivendicazioni femministe e al relativo discredito dei valori “virili”. Inoltre, abbiamo un’evoluzione della stessa struttura sociale, in particolar modo rispetto alle forme economiche e lavorative. Oggi ci sono servizi di comunicazione e vario genere (l’aiuto alle persone, le “attività relazionali”, etc.), che hanno preso sempre più piede nella struttura economica, contrariamente a una volta in cui il centro di gravità si ritrovava piuttosto nella sfera industriale. Le qualità femminili si esplicano meglio nei servizi e nei mestieri della comunicazione, a differenza delle qualità maschili, dominanti nel mondo industriale. Le conseguenze di questa femminilizzazione, oltre a un infiacchimento legale e istituzionale, sono la promozione dei valori femminili, quali la sensibilità, la cooperazione e il “dialogo”, a detrimento dei valori maschili, come l’autorità. Questo non è un male in sé, a condizione che l’equilibrio tra uomo e donna non si rompa e che la complementarità tra valori maschili e femminili non sia persa di vista.
Accordare le nozze gay equivale a dire che un domani sarà consentito, a rigor di logica, anche l’adozione di un bambino…
Il matrimonio omosessuale – in Francia “matrimonio per tutti”, locuzione d’altronde molto abusiva (il matrimonio poligamo e il matrimonio incestuoso, per citarne un paio, per legge non sono mai stati autorizzati) – testimonia  che  il matrimonio ormai non è più percepito come un’istituzione, ma come semplice contratto tra individui. Innalzare essenzialmente “l’amore romantico”, e non più la strategia matrimoniale, significa unire due compagni individuali, anziché consacrare l’alleanza di due famiglie in seno a un più vasto sistema di parentela, che assegnava a ciascuno un certo numero di diritti e di obblighi. In tale ottica, per unirsi, nulla sembra costringere due individui a essere di sesso differente, visto che la nozione stessa di sesso (biologicamente) è adesso contestata dall’«ideologia del genere». Ma lei ha ragione, la stessa rivendicazione di uguaglianza, che ha portato al matrimonio omosessuale, si estenderà anche all’adozione da parte degli omosessuali; idem per il riconoscimento delle “madri in affitto”  e per la procreazione assistita. Tali rivendicazioni d’altronde si esprimano già.

Relativizzare la famiglia comporta anche il relativizzarsi della responsabilità?

Nel principio, lei non ha torto, ma bisogna comprendere che ciò che si chiama “famiglia” è un concetto notevolmente trasformabile. La famiglia tradizionale è oggi divenuta un fattore marginale. Le relazioni delle coppie si sono evolute e le relazioni tra le generazioni sono mutate. Assistiamo al moltiplicarsi delle “famiglie ricomposte”, cioè di coppie di genitori che hanno già avuto dei figli da una precedente unione. Questo fenomeno in Francia tocca più di una famiglia su dieci. Si devono aggiungere, inoltre, i casi di coabitazione intermittente (o semi-separazioni) di coppie sposate, cosicché le famiglie monoparentali, più numerose in Italia, in Francia rappresentano attualmente più del 20% e riguardano tre milioni di bambini. Queste famiglie monoparentali, nella stragrande maggioranza, sono costituite da donne che vivono sole con i figli. La famiglia non è più il luogo naturale della responsabilità; d’altronde, l’autorità del capo famiglia oggi è caduta in un certo discredito. La responsabilità resta un valore, ma si esercita nei domini più vari. Piuttosto, sono l’individualismo e l’egoismo edonistico a rappresentare per essa la principale minaccia.

Cos’è che influenza più la trasformazione della famiglia, la società o la famiglia stessa?

Chi è nato prima, l’uovo o la gallina? Stesso approccio per la famiglia e la società: esse vanno di pari passo. L’evoluzione della famiglia riflette l’evoluzione della società, in continuo progresso, e l’evoluzione della società riflette quella della famiglia. Questa è la ragione per cui è abbastanza diffusa l’idea secondo la quale una “buona famiglia” può rappresentare una struttura resistente, un rifugio, un contrappeso. In rapporto a quello che c’è di più negativo o di più contestabile nella società attuale, mi sembra però che in parte sia un’illusione. Quando i bambini raggiungono una certa età, è estremamente difficile per i genitori opporsi all’influenza del mondo esterno. Ci sono le eccezioni, ma in generale la famiglia non costituisce che una linea di resistenza abbastanza minima.

Lei scrive che nelle civiltà indoeuropee la discendenza, l’autorità del capo di famiglia, il valore dei consanguinei non sono realtà biologiche, ma entità di ordine spirituale. Al contrario di oggi, che venendo a mancare tutto questo, la famiglia è inscritta in una temporalità non più verticale, ma orizzontale?

A questo riguardo, la famiglia non fa eccezione. L’intera società ha sovvertito la verticalità con l’orizzontalità. Nel dominio dei valori, il bene e il male non sono più i sinonimi dell’alto e del basso. Nella vita quotidiana,  il «presentismo» consacra il crollo della dimensioni della profondità, costituente fino a poco tempo fa  la chiara coscienza del modo in cui il passato si congiunge all’avvenire. Più generalmente ancora, tutto quello che è stato stabile, solido, duraturo tende a divenire transitorio, passeggero, effimero. Si potrebbe dire, utilizzando le categorie proposte dal sociologo Zygmunt Baumann, che il «liquido» ha rimpiazzato il «solido». La logica dei territori, che è una logica politica e tellurica, ha ceduto il posto a quella del flusso e del rifiuto, logica commerciale e marittima. Ciò che scompare è prima di tutto la nozione di durata. La vita familiare ne è direttamente affetta, giacché la durata media  non cessa di abbassarsi. L’instabilità delle relazioni di coppia si è accentuata parallelamente alla “flessibilità” delle carriere professionali, come alla volubilità dei comportamenti elettorali e dei reclutamenti politici. Nello stesso momento in cui si entra nell’azienda per «fare carriera»,  non ci si sposa più «per la vita». Nelle relazioni sentimentali o sessuali, lo «zapping» prevale allo stesso modo che nei comportamenti elettorali o nei modi di fare dei consumatori contemporanei. Siamo di fronte a un movimento generale, peculiare del momento storico nel quale viviamo.

Come sarà possibile la posterità senza una memoria ancestrale?

In effetti, è bene domandarselo. Io sono di quelli che pensano che il presente non sia vivibile e, soprattutto, che non può essere dotato di senso se non alla condizione d’essere sostenuto dalla doppia coscienza del passato e dell’avvenire. La memoria va di pari passo con la capacità di sapersi progettare nel futuro. Chi vuole avere passato, si condanna a non avere futuro.