Cavalleria Cristiana

"È autentica Cavalleria Cristiana quella dei Cavalieri Erranti, nel duplice senso di andare ed errare, simili ai saggi e giusti di Dio, i quali si ritirano di tanto in tanto nella fortezza della Tradizione Interiore per dare la scalata alle vette dello Spirito" Primo Siena
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venerdì 11 dicembre 2015

Carlo I d’Austria: il giovane imperatore che tentò di fermare la guerra

A Vienna, così come in Austria, la ricorrenza del centenario della Grande Guerra è passato sottotono rispetto ad altri luoghi simbolo, come in Friuli, in Trentino ed in Slovenia.
Uno dei motivi potrebbe essere la pesante eredità che gli austriaci avvertono su di loro (anche se la responsabilità maggiore è attribuibile ai tedeschi), ma nel panorama complessivo degli avvenimenti non possiamo dimenticare che ci fu un personaggio di primo piano che lavorò incessantemente per far cessare, come affermava papa Benedetto XV, “ l’inutile strage”.
La storia del “gentiluomo europeo”, l’imperatore Carlo I d’Austria, è sconosciuta ai più e, soprattutto in Italia, la sua immagine è offuscata dalla propaganda anti-austriaca del periodo belligerante. Invece, per una corretta e completa visione di quel periodo, è importante ricordare i fatti di quello che è passato alla Storia come “L’affaire Sisto”.
L’INIZIO – Già con il proclama ai suoi popoli, l’imperatore Carlo (salito al trono alla fine del 1916) espresse immediatamente il suo programma di governo:

“ (…) Voglio fare di tutto per bandire, nel tempo più breve, gli orrori e i sacrifici della guerra e rendere ai miei popoli i benefici scomparsi della pace, non appena me lo permetteranno l’onore delle armi, le condizioni vitali dei miei stati e dei loro fedeli alleati e la testardaggine dei nostri nemici”.



Fu così che attuò sin dall’inizio una rivoluzione interna alla Corte, sostituendo i belligeranti e filo-tedeschi Capo di Stato Maggiore (Conrad von Hoetzendorf) ed il ministro degli Affari Esteri (Istvan Burian) con Arthur Arz-Straussenburg e Ottokar Czernin, due personalità più in linea con l’imperatore.

In più Carlo ha già nel cassetto un piano elaborato da tempo per cercare una pace separata con la Francia e la Gran Bretagna, in accordo con Sisto di Borbone-Parma, cognato dell’Imperatore (sposato con Zita di Borbone-Parma).

Nonostante questi prestasse servizio per l’esercito transalpino, di stanza in Belgio, (in quanto egli dichiarò fin dallo scoppio del conflitto che un Borbone sarà sempre in primis un francese) egli sarà sempre legato all’Austria, non solo per ragioni familiari, ma per quella simpatia e fiducia che provava verso il nuovo monarca. In pratica, l’uomo giusto per tale missione.

LA MISSIONE – Carlo, che decise di tenere all’oscuro della missione il suo ministro Czernin, cominciò con l’operazione dalla fine del dicembre 1916, quando sia tramite intermediari, sia con incontri diretti a Vienna, consegnò al principe Sisto delle missive (scritte o orali) da presentare ai governanti di Francia e Inghilterra.
Nel suo peregrinare tra Francia, Svizzera, Austria, Inghilterra il principe Sisto incontrò sia personaggi che lo appoggiarono (come il presidente della repubblica francese Poincaré ed il primo ministro Briand e, più tiepidamente, anche il re inglese Giorgio IV) ed altri che, palesemente, ostacolarono l’impresa, come l’austrofobo Alexandre Ribot (che dal 20 marzo 1917 prese il posto di Briand) e il premier inglese Lloyd George.
Ed è proprio in una lettera autografa dell’imperatore austriaco, consegnata da Sisto a Poincaré e al governo francese, che si può leggere chiaramente l’intenzione di Carlo di andare incontro alle richieste dell’Intesa (restituzione dell’Alsazia e della Lorena alla Francia, ricostituzione del Belgio ed altro, anche se non si fa menzione delle pretese italiane) e contrastare di fatto l’alleato germanico.
Le potenze dell’Intesa s’incontreranno quindi a St Jean de Maurienne il 19 aprile del 1917, per discutere i propositi dell’Imperatore e lì metteranno definitivamente la parola fine ai tentativi di Sisto, il quale il 25 giugno considerò terminata (e purtroppo fallita) la sua missione e tornò al proprio reggimento.
L’ERRORE FATALE – Nell’aprile del 1918, galvanizzato dalle vittorie delle Potenze Centrali, il ministro Czernin dichiarò al Parlamento che oltre ad essere forte l’alleanza con il Reich tedesco, la Francia l’anno precedente aveva avanzato una proposta di pace all’Austria.

La notizia fu trasmessa all’allora premier francese George Clemenceau, detto “la Tigre”, il quale per non apparire “un questuante della pace”, fece pubblicare la famosa lettera autografa di Carlo del 24 marzo 1917, creando così un terremoto politico che porterà definitivamente la Monarchia asburgica al declino.
Infatti Czernin pretese una dichiarazione firmata da parte dell’Imperatore che dichiarava falsa la lettera, in quanto non accettava che tutto questo fosse avvenuto alle sue spalle e a sua completa insaputa, e una volta ottenutala e mostratala ai tedeschi, fu rimosso dal suo incarico e sostituito con il ministro precedente (Burian); Sisto che tanto s’impegnò per l’augusto cognato si sentì ferito nell’onore.
Il Kaiser tedesco Guglielmo II dal canto suo approfittò della situazione e chiese una rinnovata fiducia a Carlo, sulla base (dopo un incontro fra i due leader avvenuto nella cittadina belga di Spa) di un maggior impegno in campo militare e soprattutto economico. In pratica la Germania cominciava ad annettersi l’Austria … cosa che riuscì a Hitler vent’anni dopo.
UN UOMO DI PACE, CON PAROLE E FATTI – Il giovane Imperatore è stato dileggiato molto al di fuori dei propri confini, additato spesso come un’inesperta ed incapace guida in un momento tanto difficile per il suo Paese e per l’Europa. Sicuramente si è mostrato ingenuo, si è fidato troppo di qualche suo ministro (vedi Czernin) e di altri volponi della scena europea, ma nei suoi due anni di regno è riuscito a dare un segno tangibile di volontà pacificatoria, oserei affermare che è stato l’unico (oltre al papa Benedetto XV).




 Ma era troppo tardi per realizzarla, soprattutto a causa di un’Inghilterra che voleva togliere dai giochi una Germania fin troppo forte dalla scena mondiale, per una Francia che non voleva saperne di reali cattolici e papalini, e un’Italia affamata di conquiste territoriali e con forti propositi espansionistici, ma soprattutto a causa di un alleato (Guglielmo II e il suo entourage) che credeva ciecamente alla vittoria finale e che stringeva nella sua morsa un’Austria-Ungheria allo stremo delle forze.

Se però ora l’Italia può vantare ancora una città meravigliosa come Venezia lo dobbiamo a Carlo che ne impedì il bombardamento, così come vietò l’uso dei gas sul fronte italiano, andando su tutte le furie quando venne a conoscenza che il comando tedesco lo fece utilizzare anche sui fronti austriaci.
A corte scelse di servirsi, lui e la famiglia imperiale, della tessera annonaria come i suoi sudditi per i pasti quotidiani; e in occasione dell’incoronazione quale Re d’Ungheria il pranzo di ricevimento composto di 18 portate fu interamente destinato al lazzaretto della capitale magiara.
Quella di Carlo I credo sia una figura da riscoprire, soprattutto in questo periodo di rievocazione e approfondimento della Grande Guerra, perché non fu unicamente un inascoltato “profeta di pace”, ma le idee moderne (e progressiste – almeno rispetto al conservatorismo del prozio Francesco Giuseppe) di un nuovo assetto dell’Europa avrebbero sicuramente giovato al futuro del nostro continente.

lunedì 7 dicembre 2015

«Caro Enzo Bianchi, Fatima non fu solo per i cattolici»

 Spiace vedere esternazioni anti-mariane e quasi protestanti da parte di personaggi come Enzo Bianchi. E spiace ancora di più constatare la mancanza di autorità da parte della Chiesa di Roma.
Robertus


Vittorio Messori torna alla carica con nuove «Ipotesi su Maria». Il fortunato volume pubblicato da Ares per la prima volta nel 2005, approda in libreria in una veste tutta nuova, in edizione interamente rivista dall’Autore e ampliata di 13 capitoli (150 pagine in più, per un totale di 672, al prezzo di 21,50 euro). Di seguito riportiamo, in anteprima, alcune spigolature tratte dal penultimo capitolo, in cui lo scrittore difende la veridicità di Fatima dalle critiche avanzate dal teologo Enzo Bianchi sulla scorta del padre domenicano Jean Cardonnel. 

Mi càpita di rivedere in rete l’articolo apparso su Le Monde nel maggio del 2000, quando Giovanni Paolo II fece rivelare al mondo quello che chiamano «terzo segreto» di Fatima. Il pezzo del giornale francese su questo evento è firmato da Jean Cardonnel, il domenicano morto alcuni anni fa, per tutta la vita l’intrattabile leader di ogni contestazione sia clericale sia politica, uno dei vedovi inconsolabili degli anni di piombo della Chiesa e della società. Uno per il quale non solo i soliti Mao, Che Gue­vara, Ho Chi Minh ma anche lo sterminatore del popolo cambogiano, Pol Pot, erano da venerare nell’Olimpo delle sacre rivoluzioni.
A Cardonnel si deve tra l’altro un precedente giuridico inedito e pericoloso. Era già molto vecchio, più vicino ai novanta che agli ottanta, insopportabile per la maggioranza dei confratelli per questa sua ossessione contestatrice, per il suo culto del «no» previo a tutto, ma si continuava a ospitarlo – data l’età – nel convento domenicano di Montpellier. Alla fine, il superiore di quella casa religiosa, non potendone più dei suoi costanti malumori, approfittò di uno dei suoi viaggi per sgomberare la sua cella, impacchettare con cura le cose e trovargli un posto in una casa di riposo per anziani. Al ritorno, l’ira di Cardonnel (egli pure, come da copione di ogni prete «adulto» che si rispetti, vietava a chiunque di chiamarlo «padre») esplose clamorosa e, dicendosi vittima di una violenza intollerabile, non pensò neanche un momento a confrontarsi con la legge della Chiesa, il diritto canonico.

Si rivolse invece alla legge della laicissima Repubblica francese, chiamando la Gendarmerie e denunciando il superiore per violazione di domicilio. Il tribunale, dopo lungo dibattito, gli diede ragione, condannò il superiore del convento che aveva proceduto allo sgombero e – per la prima volta, non solo in Francia – dichiarò che la cella di un religioso era un domicilio privato come ogni comune alloggio. Sentenza faziosa e pericolosa, dicevo, perché scavalca e in qualche modo imbavaglia l’autorità ecclesiastica anche all’interno dei suoi spazi.
Ma torniamo al Cardonnel commentatore di Fatima. Scriveva su Le Monde: «Quel presunto “segreto” è un falso, tanto falso quanto la donazione di Costantino con la quale si è voluto legittimare un diabolico controsenso: l’impero cristiano. Un grande teologo italiano – non si dimentichi il suo nome: Enzo Bianchi, fondatore di una nuova comunità monastica – si è subito reso conto della superstizione e della frode perpetrata dal Vaticano a Fatima. Sul quotidiano romano La Repubblica, fratel Bianchi mette implacabilmente il dito nella piaga. Scrive infatti: “Un Dio che, nel 1917, pensa di rivelare che i cristiani saranno perseguitati e che non parla della shoah e dei sei milioni di ebrei annientati non è un Dio credibile”». Continua l’articolo di Cardonnel: «Sì, bisogna scoprire la piaga: come non vedere la tara del presunto segreto di Fatima, la prova lampante che è un falso, che non può venire da Dio? Un falso che squalifica, che scredita l’Eterno. Un Dio, ripeto, non credibile: il Dio del razzismo cattolico, che si interessa solo dei suoi, della sua razza cattolica, nell’oblio del popolo di Gesù».
C’è da rimanere molto sorpresi da simili discorsi e soprattutto, per noi cattolici italiani, c’è da sorprendersi per la citazione (non smentita, anzi ribadita, dall’interessato) di fratel Bianchi. Circola ormai una convinzione, anche tra certi cristiani, secondo la quale la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti nei 12 anni tra 1933 e 1945 sarebbe, senza paragone possibile: il Male Assoluto, il Massimo Delitto della storia intera, l’Esempio Radicale della malvagità umana. Non a caso, la colpa nazista è considerata inespiabile e ancor oggi si braccano, per processarli e condannarli, dei novantenni se non dei centenari considerati in qualche modo responsabili di quello che viene detto, con termine religioso, «l’Olocausto» per eccellenza. Per un simile delitto, e solo per questo, non è prevista alcuna prescrizione. Stando al Cardonnel e al Bianchi, Dio stesso – se vuol parlarci attraverso Maria – deve, sottolineo deve, ricordare e ovviamente maledire la Shoah, altrimenti non sarebbe «un Dio credibile». Non è il vero Signore se non esecra esplicitamente Auschwitz.
Sia ben chiaro – è davvero inutile sottolinearlo – che non si tratta certo di sminuire la gravità del delitto perpetrato all’ombra di una croce uncinata, che fu il tragico rovesciamento della croce cristiana. Non c’è che da unirsi, ovviamente, alla condanna universale. Ma è davvero paradossale rifiutare Fatima perché nel 1917 la Madonna non avrebbe previsto e condannato – a nome del Figlio e della Trinità intera – quei lager tedeschi che sarebbero venuti una ventina d’anni dopo. Nel 1917, ripetiamo: proprio l’anno in cui Lenin prendeva il potere, dando inizio a quel mostro comunista che avrebbe fatto almeno 100 milioni di morti e che avrebbe praticato la più violenta e sanguinosa repressione religiosa della storia, in nome di un ateismo di Stato proclamato sin dalle Costituzioni dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti.

La ricerca storica più recente, capeggiata dal celebre docente tedesco Ernst Nolte, dimostra, documenti alla mano, che il nazionalsocialismo nasce come reazione al marx-leninismo: senza Lenin nel 1917, niente Hitler nel 1933. Senza il colpo di Stato di San Pietroburgo, l’ex imbianchino di Vienna avrebbe al massimo fatto l’ideologo in qualche stube di Monaco di Baviera per qualche oscuro gruppetto di fanatici. Mettere in guardia, a Fatima, dal comunismo che proprio allora nasceva, significava mettere in guardia dalle altre ideologie mortifere che sarebbero venute dopo di esso e per causa di esso. Il nazionalismo primo fra tutti.
Tra l’altro, Bianchi e Cardonnel sono incomprensibili anche quando denunciano che a Fatima si sarebbe manifestato «il Dio del razzismo cattolico, che si interessa solo dei suoi, della sua razza cattolica». Ma che discorso è mai questo? Per l’ateismo sovietico non c’erano zone franche, nel mondo religioso: a parte il fatto che la stragrande maggioranza delle vittime da Lenin sino a Gorbaciov (egli pure ebbe una giovinezza da persecutore) passando per Stalin, non furono cattoliche, ma ortodosse, i due dimenticano che nell’immensa Unione Sovietica erano presenti tutte le religioni. Così, i pope furono massacrati alla pari dei preti, dei rabbini, degli imam, dei maestri buddisti.
Lo stesso avvenne ovunque, nel mondo, il comunismo giunse al potere: nessuno scampo per chi non accettava il materialismo e non condannava la religione, tutte le religioni, come «oppio dei popoli». E questo cominciò proprio in quel fatale 1917, quando la Madonna diede l’allarme per una ideologia perversa, anche perché si presentava con un volto nobile, apparentemente evangelico (giustizia, liberazione, eguaglianza, fraternità), ma che avrebbe risvegliato tutti i dèmoni, compreso quel regime tedesco che si presenta, sin dal nome, come l’unione di nazionalismo e di socialismo. 
Le apparizioni di Fatima, come tutte le altre pur ufficialmente riconosciute, non sono de fide, possono essere criticate e magari non accettate anche dai credenti. Purché, però, lo si faccia su basi più presentabili di queste.
Visto che parliamo di Fatima e di comunismo: viene giusto a proposito ricordare quanto avvenne a Vienna nel decennio tra il 1945 e il 1955. Mentre gli inglesi, esperti e pragmatici, avrebbero voluto contenere l’Urss a Est, l’insipienza americana fermò i suoi carri armati in vista di Berlino per permettere a Stalin di dilagare nell’Europa orientale, occupando anche l’Austria. Il Paese fu diviso in quattro zone, sul modello della Ger­mania, ma quella riservata ai russi era la più importante e vasta, era quella dove stava la capitale stessa. Il ministro degli esteri, quel Molotov che aveva firmato il trattato con Hitler, permettendogli così di scatenare la guerra, disse e ripeté che Mosca mai si sarebbe ritirata da ciò che aveva occupato e tutti si aspettavano che, come a Praga e a Budapest, i comunisti organizzassero un colpo di Stato per andare da soli al potere nell’intera Austria. Le stesse cancellerie occidentali sembravano rassegnate. Opporsi significava quasi certamente una nuova guerra.

Ma non si rassegnò un francescano, padre Petrus che, tornato dalla prigionia proprio in Urss (e conoscendo quindi sulla sua pelle l’orrore di quel regime), andò in pellegrinaggio nel santuario nazionale austriaco, a Mariazell, per avere ispirazione sul che fare per la sua Patria. Lì, fu sorpreso da una voce interiore, una locuzione interna, che gli disse: «Pregate tutti, tutti i giorni, il rosario e sarete salvi». Buon organizzatore, oltre che sacerdote stimato, padre Petrus promosse una «Crociata nazionale del Rosario», nello spirito esplicito di Fatima, che in breve tempo raccolse milioni di austriaci, compreso lo stesso presidente della Repubblica, Leopold Figl. Giorno e notte, grandi gruppi si riunivano, spesso all’aperto, nelle città e nelle campagne recitando la corona e la stessa Vienna era percorsa da imponenti processioni mariane, sorvegliate con ostilità dall’Armata Rossa.
Gli anni passavano senza che l’occupazione cessasse, ma il popolo non si stancava di pregare la Madonna di Fatima. Ed ecco che nel 1955, all’improvviso, il Cancelliere austriaco fu con­vocato a Mosca, dove fu ricevuto al Cremlino dal Soviet Supremo. Qui, gli fu comunicato che l’Urss aveva deciso di ritirare le sue truppe e di ridare all’Austria la piena indipendenza. In cambio, si poneva una sola condizione, che le autorità del Paese che veniva liberato accettarono di buon grado: un impegno di neutralità che, tra l’altro, avrebbe portato grandi vantaggi a Vienna, facendola diventare la terza città delle Nazioni Unite dopo New York e Ginevra. I governi occidentali furono colti di sorpresa da una decisione del tutto inaspettata e unica, sia prima sia dopo: mai, come aveva ricordato Molotov dieci anni prima, mai l’Urss aveva accettato né avrebbe accettato di ritirarsi spontaneamente da un Paese occupato. 
Furono stupiti politici, diplomatici, militari, nel mondo intero. Ma non si stupirono coloro che da anni pregavano con la «Crociata del Rosario»: in effetti, il giorno in cui la notizia del ritiro fu annunciata a Mosca al Cancelliere era un 13 maggio, l’anniversario dell’inizio delle apparizioni di Fatima. Tanto per completare il quadro, lo sgombero totale dell’Armata Rossa fu fissato dal governo comunista per l’ottobre: tra i generali russi (dispiaciuti di lasciare un Paese così bello e strategicamente così importante) nessuno, ovviamente, sospettava che proprio ottobre è, per la tradizione cattolica che risale ai tempi della battaglia di Lepanto, il mese del rosario.

Fonte: http://ww.lanuovabq.it/it/articoli-caro-enzo-bianchifatima-non-fu-solo-per-i-cattolici-14610.htm



sabato 19 ottobre 2013

Emperor Karl of Austria, King of Hungary


Lunedì 21 Ottobre sarà la festa liturgica del Beato Carlo d'Asburgo.
Preghiamo per la pace in Europa e nel mondo, per avere governanti che seguano le leggi del Creatore e per le intenzioni del Santo Padre.