"Et absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit, neque luctus neque clamor neque dolor erit ultra, quia prima abierunt" Ap 21,4
Cavalleria Cristiana
"È autentica Cavalleria Cristiana quella dei Cavalieri Erranti, nel duplice senso di andare ed errare, simili ai saggi e giusti di Dio, i quali si ritirano di tanto in tanto nella fortezza della Tradizione Interiore per dare la scalata alle vette dello Spirito" Primo Siena
sabato 16 luglio 2016
Il Vaticano conferma. Ecco il piano di Pio XII per sfuggire a Hitler
Nell'inverno tra il 1943 e il 1944 Roma era una città aperta ma de facto sotto il controllo della Wehrmacht.
venerdì 10 giugno 2016
Silvano Panunzio l'intermediario ecumenico
Orientalista cristiano, filosofo anticonformista, italianista, letterato
finissimo, saggista, poeta, autorevole conoscitore di dottrine
esoteriche: Silvano Panunzio è un esempio alto di quel tipo di
"sapiente" ormai scomparso, capace di osare un'inedita sintesi tra la
Tradizione e il Cattolicesimo.
di Aldo La Fata
di Aldo La Fata
Il 10 giugno di sei anni orsono, nelle prime ore del mattino, si
spegneva alla venerabile età di 92 anni, nel silenzio della sua
cella-studio di antico sapore monastico e nella profonda quiete
dell’anima sua, Silvano Panunzio. Orientalista cristiano, filosofo
anticonformista, italianista, letterato, saggista, poeta, autorevole
conoscitore di dottrine esoteriche, era nato a Ferrara il 16 maggio
1918. Fu docente di Filosofia, di Diritto, di Storia, di Scienze
Politiche e Sociali. Uomo di grande cultura ma di niuna accademia,
esordì giovanissimo come orientalista e romanista, medievalista e
germanista. Negli anni quaranta si appassionò fortemente agli scritti
di René Guénon, che lesse integralmente e in profondità,
padroneggiandone come pochi il pensiero. Negli stessi anni si dedicò
agli Studi Tradizionali, alla Metafisica, alla Cosmologia e al
Simbolismo. Tra i suoi interessi primari vi fu anche l’astrologia, di
cui divenne versatissimo cultore e studioso. In seguito vi avrebbe
affiancato gli studi di Astrologia mondiale. Al centro dei suoi
interessi primari però ci fu sempre la Religione, la cristiana in
particolare, in tutte le sue correnti e in tutte le sue forme. Panunzio è
sempre rimasto un fedele cattolico, senza dubbio più vicino come
sensibilità alla Chiesa Latina e alla cultura occidentale che a quella
Orientale, ma nello stesso tempo coltivò il rispetto e l’attenzione per
tutte le anime del cristianesimo e per tutte le sue diverse sensibilità
spirituali. Il suo universalismo ed ecumenismo verticale lo portarono a
mettere l’accento sul “regno di Dio che è vicino” più che sulla Chiesa come istituzione storica, alla quale però raccomandava sempre di aderire incondizionatamente.
Da un punto di vista culturale, il nodo principale dell’opera scritta di Panunzio è rappresentato dal suo coraggioso tentativo
di integrare il “punto di vista tradizionale” (quello per intenderci
inaugurato da René Guénon e proseguito con esiti diversi da Frithjof
Schuon, A. K. Coomaraswamy, Evola e molti altri), con quello
della dottrina cattolica. Conciliazione a quanto pare possibile, se si
guarda anche agli studi di autori sicuramente accostabili a Panunzio
come l’italiano Attilio Mordini (1923-1966) e i francesi Henri Stéphane
(1907-1985), François Chenique (1927-2012) e Jean Borella (1930). Questo
felice matrimonio tra “cultura tradizionale” e dottrina cattolica, a
nostro giudizio, non dovrebbe essere visto come un errore o addirittura
come una delle tante eresie gnostiche antiche e moderne, ma
piuttosto come un arricchimento della cultura cristiana e come una sua
salutare rivivificazione. E’ appena alla soglia dei sessant’anni che
Panunzio si ritira per raccogliere il frutto delle sue meditazioni e
delle sue esperienze e si accinge a elaborare un “Corso di Dottrina
dello Spirito” che prevede in 12 volumi. Il primo e il secondo escono
nel 1976 per i tipi dell’editore amico Giovanni Volpe, con il titolo
“Contemplazione e Simbolo (Summa orientale-occidentale)”. Si spazia
dalla Gnosi cosmologica alla metafisica, dalla mistica alla profetica.
Quest’opera è a nostro personale giudizio il capolavoro assoluto di
Panunzio, il suo testo più importante anche da un punto di vista
stilistico e letterario. In oltre 600 pagine tutte le grandi questioni
filosofiche e metafisiche vengono poste, tutti i problemi relativi agli
enigmi della vita e della morte, dell’al di qua e dell’al di là trattati
a fondo, tutti i massimi misteri del visibile o dell’invisibile
delucidati con chiarezza: sempre con il ricorso puntuale e documentato
alle fonti delle Scritture Divine e del Magistero millenario più
autorevole. Esattamente tre anni dopo, siamo nel 1979, escono per le
edizioni del Babuino di Roma, due nuovi volumi (il libro terzo e quarto
della “Dottrina dello Spirito”) con il titolo “Metapolitica. La Roma
Eterna e la Nuova Gerusalemme”. Si tratta di due saggi di Gnosi
storico-cosmica e profetica, un ulteriore e vera e propria “summa” ma
questa volta di escatologia civile. In “Contemplazione e Simbolo” si era
dimostrato che il rapporto fra la Tradizione universale e il
Cristianesimo è di carattere archetipico, talché, quella cristiana può
dirsi a buon diritto la “Tradizione paradigmatica”. Infatti il
cristianesimo viene inteso come lo spirituale punto di incontro e la
sintesi cattolica dell’Induismo e dell’Ebraismo, dunque il nodo
centraledel processo storico-religioso del mondo. Analogamente, in
“Metapolitica”, si dimostra che, sul piano politico-storico, operano da
millenni, in una guerra “occulta”, due forze contrapposte, intese
simbolicamente come la mano destra e la mano sinistra di Dio. Sono
analizzati anche tutti i problemi strutturali dello Stato, della Società
e della Chiesa e i rapporti vicendevoli tra queste istituzioni vengono
illuminati da una concezione trascendente e ultima. Continuo in
quest’opera l’avvertimento sulla svolta finale e “anticristica” del
presente ciclo umano, in vista di “nuovi cieli e di nuova terra”: ossia
dell’avvento della Nuova Gerusalemme e della trasmutazione della Roma
Eterna.
Trascorrono dieci anni durante i quali Panunzio continua a produrre
scritti e a lavorare alla “rivista di studi universali” “Metapolitica”,
fondata nel 1976 insieme a Mario Pucci, Primo Siena e Giovanni d’Aloe.
Siamo nel 1989. Finalmente può uscire il quinto libro del Corso il cui
titolo è “Cristianesimo giovanneo (Luci di ierosofia)”. Pubblicato
dall’editore cattolico Cantagalli, il testo ottiene l’Imprimatur
dall’allora Cardinale Arcivescovo della città toscana Monsignor Mario
Jsmaele Castellano. La Conoscenza sacra universale, cioè per l’appunto
la “Ierosofia”, professata da nessuno più e meglio di Giovanni, detto
simbolicamente Ieroteo, si sviluppa non solo nel senso
dell’ampiezza (Oriente-Occidente) ma anche nel senso dell’altezza (Cielo
e Terra) e della profondità (Interno ed Esterno), ricomprendendo tanto
la Teologia catafàtica dell’Esse quanto la Teologia apofàtica del Non esse:
entrambi aspetti unitari dell’Infinita Sapienza del “Deus revelatus” e
del “Deus absconditus”. Il libro era dedicato a quelli che Panunzio
considerava come i suoi massimi maestri e ispiratori: il rabbi Israel
Zolli, capo rabbino di Roma, convertitosi nel 1945 al cristianesimo con
il nome di Eugenio Pio Zolli; lo ieromonaco benedettino Agostino
Zanoni a più riprese priore dell’Abbazia di Farfa e lo shàik Giovanni
“abd el-Wahed”, alias René Guénon. Nel 1996 è la volta del sesto volume
intitolato “La Conservazione-Rivoluzionaria”, edito questa volta dal
Cinabro di Catania. Si tratta di un testo che possiamo definire di
“filosofia politica” in cui tra le altre viene rievocata la figura
paterna di Silvano, Sergio Panunzio (1886-1944). Quest’ultimo era stato
il teorico del “corporativismo rivoluzionario” ed era in rapporti di
cordiale amicizia con Benito Mussolini. (Detto per inciso, fu Sergio
Panunzio a riesumare e rilanciare il termine “metapolitica” e a mettere
in cantiere il progetto di una rivista con questo titolo, che però
sarebbe apparsa più di trent’anni dopo, nel 1976, per volontà del figlio
Silvano). Ne “La Conservazione-Rivoluzionaria”, l’autore esprime il suo
punto di vista sulla vicenda storica del ventennio fascista e
ricostruisce la genesi storica, teorica e ideale della metapolitica come
escatologia civile.
Non sembri strano, ma il settimo volume del corso di dottrina dello
Spirito, “Cielo e Terra, Poesia, Simbolismo, Sapienza, nel Poema Sacro”,
in realtà stampato in prima edizione nell’82 ma in una tiratura
limitata a pochi esemplari, non trovandosi un editore adeguato e
disponibile, esce nel 2009 a cura delle edizioni di Metapolitica. Si
tratta naturalmente di una edizione ampliata riveduta e corretta. Dante
Alighieri è figura centrale nella cultura di Panunzio e da questi
assiduamente letto e frequentato. In questo libro è analizzato e
studiato alla luce dell’arcano centrale di Beatrice. Un’interpretazione
inedita che va oltre Gabriele Rossetti e anche oltre René Guénon. Il
libro ottavo, “Terra e Cielo: dal nostro Mondo ai Piani Superiori”,
pubblicato sempre da Cantagalli nel 2002 è invece una sorta di “libro
dei morti” cristiano. Naturalmente si tratta di un’opera teorica e non
di un libro sacro ispirato, come potevano esserlo “Il libro tibetano dei
morti” (Bardo Todol) o “Il libro egizio degli inferi”, ma dove
ugualmente si delinea il mistero del passaggio all’altra riva e
quello non meno enigmatico dei “percorsi” ultraterreni. Leggendolo,
possiamo assicurare, si vince e si supera una volta per tutte la paura
della morte.
Panunzio si occupò molto anche dei “mistici dell’Occidente” non
condividendo quella radicale incompatibilità tra mistica e iniziazione
che il Guénon aveva formulato nel suo “Considerazioni sulla via
iniziatica”. Un errore abbastanza grave quest’ultimo da parte del
metafisico francese e per correggere il quale si dovettero aspettare gli
studi documentati di un Elemire Zolla che rimisero le cose al loro
giusto posto. Lo studio di Panunzio sui mistici, sicuramente meno
enciclopedico ed erudito di quello di Zolla, ma rispetto a questo di
un’ottava superiore, intitolato “Vicinissimi a Dio, Summa Sanctitatis”
(Cantagalli, 2004), è il libro nono della “Dottrina dello Spirito”, e
raccoglie 20 biografie “eroiche” di “uomini di Dio”, di “cercatori
dell’Altissimo”, raccontate con quella straordinaria capacità
immedisimante e creativa fantasia che ci si dovrebbe sempre aspettare da
un agiografo come si deve. E veniamo al libro decimo curato delle
edizioni di Metapolitica con il titolo “Metafisica del Vangelo Eterno”
(anno di pubblicazione 2007). Quest’ultimo è forse il libro più arduo di
Panunzio. Nato quasi per gemmazione da un piccolo saggio magistrale del
1994, “Il visibile e l’invisibile nel cristianesimo (metafisica del
Credo)” pubblicato dalle edizioni Il Cinabro, è la massima testimonianza
di fede nel Gesù dei Vangeli da parte di Panunzio. Un Gesù
sovraessenziale che non può essere esclusivo di nessuno ma che
appartiene a tutti. L’uomo dei dolori è anche l’unico uomo in cui si sia
manifestato il mistero dell’Identità Divina. Quell’identità tanto
agognata dalla metafisica indiana e dalle più alte speculazioni del
Vedanta. Questo libro è la risposta definitiva alle tre fatidiche
domande che Panunzio si era posto fin dagli anni settanta, quando
proprio all’inizio del suo corso teoretico si chiedeva: “esiste una
metafisica cristiana? Esiste un’Iniziazione cristiana? Esiste un
esoterismo cristiano?”. La risposta è naturalmente affermativa e nelle
oltre 300 pagine se ne può trovare la dimostrazione sicura.
Orbene, se si va a vedere il piano originario dell’opera così come fu
concepito, pensato e riportato sui primi due volumi di “Contemplazione e
Simbolo”, ci si accorgerà che ben altri dovevano essere i titoli del
“Corso di Dottrina dello Spirito”. Una serie di circostanze sfavorevoli
finirono col non consentirne l’attuazione puntuale. Ma quello che si è
fatto in luogo di quello si sarebbe voluto fare, ha forse addirittura un
valore e un significato più alto, perché lo si è fatto letteralmente
col sangue e a prezzo di sacrifici senza nome. La“Coralità celeste
superdivina” (Roma 2010, Edizioni di Metapolitica) è l’undicesimo e
ultimo libro del Corso di Dottrina dello Spirito; meglio, è il “libro
ultimo” come recita il sottotitolo. Panunzio presago della fine
imminente aveva esplicitamente chiesto allo scrivente di mandarlo in
stampa entro maggio. Così era stato detto e così fu fatto con svizzera
puntualità. Il libro mi venne consegnato il 10 di maggio, esattamente un
mese prima che l’amato maestro lasciasse la sua spoglia mortale. La
tempistica non consente dubbi sul fatto che Panunzio fosse perfettamente
consapevole che i suoi giorni fossero numerati e che non avrebbe
superato il mese di giugno. In questo libro, voluto agile come la Monadologia
di Leibniz, Panunzio ha affrontato di petto i suoi temi più cari
riducendoli ad estrema sintesi, ma aggiungendovi anche del nuovo, come
quando si dilunga senza censure sul tema scottante e controverso della
metempsicosi e della pre-esistenza dell’anima. Alla fine, a chiusura,
tre commoventi liriche di congedo: Il Grande Silenzio, Il Grande Concerto, Commiato in versi.
Al numero dodici, a sigillare il Corso, Panunzio volle che fosse
indicato il Quaderno dell’ATMA, quello stampato nella sua versione
definitiva nel 2009 sempre per le edizioni di Metapolitica e con
l’immagine sul retro di copertina della Salus Populi Romani, immagine
di Madonna con Bambino attribuita a San Luca e custodita
nell’importante Basilica romana di Santa Maria Maggiore. Il Quaderno
contiene oltre al resoconto testimoniale di una vicenda che si è svolta
tra Cielo e Terra e che ha coinvolto negli anni (ormai 50) decine di
amici e di conoscenti, alcuni dei quali ancora in vita, i dieci princípi
dell’Alleanza Trascendente Michele Arcangelo, scritti con il
contributo intellettuale di tutti i suoi coraggiosi padri fondatori e
che, come ci fu detto da un ispirato monaco cristiano ritiratosi in
India, quasi non sembrano scritti da mano d’uomo.
giovedì 2 giugno 2016
Putin, l’ultimo Crociato?
Scriveva Silvano Panunzio su San Giovanni Bosco nella "Summa Sanctitatis": "Misteriosi sono certi suoi accenni che parlano non tanto di un Pontefice, quanto di un simbolico Anziano del Lazio. Questi si incontrerebbe, per stringere alleanza, con il Grande Guerriero del Nord." [1]
Panunzio comunque sembra essere dell'avviso che il Guerriero del Nord sia un discendente autentico dei Valois ovvero proveniente dalla Francia. Noi questa volta non ci vogliamo sbilanciare, aggiungendo un punto interrogativo al titolo del nostro articolo, non presente invece in quello che proponiamo alcune righe sotto. Vogliamo comunque sottolineare che "la Russia perenne è la Santa Russia. (...) Il Cristianesimo russo è stato più di tutti provato e saggiato dal crogiolo della fornace: e rappresenta l'oro puro, reso finissimo dalle fiamme. Intanto, dalla Sacra Montagna dell'Athos, taumaturgici ieromonaci russi vigilano e impetrano, formando la vera aristocrazia che dirige nell'invisibile e che, a tempo debito, tutto può ottenere da Dio." [2]
Dal blog di Nino Spirlì
[http://blog.ilgiornale.it/spirli/2016/05/31/putin-lultimo-crociato/]
Panunzio comunque sembra essere dell'avviso che il Guerriero del Nord sia un discendente autentico dei Valois ovvero proveniente dalla Francia. Noi questa volta non ci vogliamo sbilanciare, aggiungendo un punto interrogativo al titolo del nostro articolo, non presente invece in quello che proponiamo alcune righe sotto. Vogliamo comunque sottolineare che "la Russia perenne è la Santa Russia. (...) Il Cristianesimo russo è stato più di tutti provato e saggiato dal crogiolo della fornace: e rappresenta l'oro puro, reso finissimo dalle fiamme. Intanto, dalla Sacra Montagna dell'Athos, taumaturgici ieromonaci russi vigilano e impetrano, formando la vera aristocrazia che dirige nell'invisibile e che, a tempo debito, tutto può ottenere da Dio." [2]
Dal blog di Nino Spirlì
[http://blog.ilgiornale.it/spirli/2016/05/31/putin-lultimo-crociato/]
Dal trono che, in uno dei più antichi monasteri ortodossi del Monte Athos, fu riservato agli imperatori bizantini, Putin, l’ultimo Zar di tutte le Russie, si conferma apostolo di Cristo e difensore della Cristianità.
Baluardo contro l’islamizzazione progettata a
tavolino da chi pretende di meticciare l’Europa e il resto
dell’Occidente anche nella Fede, oltre che nelle carni e nell’identità.
Da chi crede di poter cancellare indegnamente l’unico messaggio d’Amore
che l’Umanità tutta abbia abbracciato con l’abbandono fiducioso ad un
Dio di Misericordia e Pace. Quel Dio che, ancora oggi, è messo di nuovo
in croce dal demonio umano, presunto signore della Terra. Gesù
Cristo, che pesa sulle coscienze colpevoli quanto un macigno per la Sua
leggerezza e semplicità. Gesù, Padre dell’Occidente moderno, che detta
un solo comandamento: Ama il tuo prossimo quanto ami te stesso.
E’, dunque, dall’amore verso se stessi che bisogna partire, per definire il progetto di Dio, nato con la Creazione.
Dalla coscienza di sé, e la scelta di sé. Dalla conferma della
consapevolezza di essere figlio e fratello del Creatore, parte di quel
Cristo che, Dio e Uomo consapevole della propria divinità, affrontò la
menzogna, l’accusa, la condanna, il supplizio e la morte, per diventare
Esempio, Via e Vita per tutti noi.
Quel Nazareno innocente, al quale, 2000 anni dopo la colpevole crocifissione, sputiamo in faccia il nostro rifiuto, l’odio,
per dabbenaggine, ignoranza e comodo silenzio complice delle mille
nefandezze di chi sta tentando di cancellarcelo dal cuore, Gesù, per
installarci il nulla. La finta bontà, forse. Travestita di stupido
buonismo, che si alimenta di esteriorità e recide le profonde radici
della carità cristiana, cosciente e devota.
Putin, del messaggio cristiano e di Gesù Cristo, ne ha fatto missione! E la sua visita ai santi monaci ortodossi del Monte Athos, in Grecia, luogo santo e benedetto per eccellenza nel panorama cristiano, ne è la conferma! Una devozione alla Fede unica, inscindibile e antica, con la speranza, la certezza, di una benedizione che arrivi direttamente dal Cielo. Che, sull’Athos, tocca la Terra e la sposa. Putin che salva i cristiani nelle terre invase dagli infedeli assassini e regala loro la speranza di un futuro libero e pacifico.
Quello stesso Putin che parte per le zone di guerra e
stabilisce personalmente le strategie, la tattica, per debellare quel
terrorismo islamico, che è armato non solo di kalashnikov e coltelli,
ma, anche e soprattutto, di parole e preghiere di morte.
Putin che da lezioni ad un’Europa serva della peggiore massoneria americana, senzadio e senza morale. Questa Europa cafona, la
quale si spoglia della propria ultramillenaria Identità, fatta di Arte e
Cultura, Filosofia e Scienza, per farsi invadere confusamente da
hotdog e kekab, da salsicce di porco americano e panini con frattaglie
di montone. Per farsi meticciare fin dentro l’anima senza opporre una
benché minima resistenza. Convinta, forse, che il dio degli islamici sia
misericordioso quanto Gesù.
Ma Gesù è Dio. Il resto è vento del deserto. Furia e carestia insieme.
E Putin, ultimo Crociato, questo lo sa.
Fra me e me.
[1] Silvano Panunzio, Summa Sanctitatis, Ed. Cantagalli (cap. Miracoli di giorno, Visioni di Notte - Don Bosco).
[2] Silvano Panunzio, Russia e Santa Russia, Metapolitica n.2 del 29.X.1976
[1] Silvano Panunzio, Summa Sanctitatis, Ed. Cantagalli (cap. Miracoli di giorno, Visioni di Notte - Don Bosco).
[2] Silvano Panunzio, Russia e Santa Russia, Metapolitica n.2 del 29.X.1976
lunedì 16 maggio 2016
La confessione di Papa Ratzinger "C'è altro sul segreto di Fatima".
Secondo Maike Hickson, Benedetto XVI avrebbe confidato ad un sacerdote tedesco che il terzo segreto di Fatima reso noto non è completo. Ecco la parte non pubblicata.
Nascoste nei segreti delle stanze
vaticane. In molti lo pensavano, leggendo le incongruenze del testo. Ma
la conferma "ufficiale" non c'è mai stata. Ora però a rivelarlo sarebbe
il papa emerito Benedetto XVI.
Lo scrive Maike Hickson, Benedetto XVI sul
sito "OpenPeterFive", affermando che a dirglielo è stato il professore
di teologia tedesco Ingo Dollinger amico personale di Ratzinger. Il papa
emerito avrebbe confidato allo stesso Dollinger che esiste una parte
non pubblicata del terzo segreto di Fatima. "Oggi festa di
pentecoste - scrive Hickson - ho chiamato padre Ingo Dollinger, un
sacerdote tedesco e già professore di teologia in Brasile, dove ora
vive, anziano e fisicamente debole. È stato un amico personale del papa
emerito Benedetto XVI per molti anni. Padre Dollinger, inaspettatamente,
mi ha confermato al telefono i fatti seguenti”.
Seguono le
parole dell'amico di Benedetto XVI. "Non molto tempo dopo la
pubblicazione, nel giugno 2000 del Terzo Segreto di Fatima da parte
della Congregazione della Fede, il cardinal Ratzinger
ha detto a padre Dollinger durante una conversazione di persona che c’è
ancora una parte del Terzo Segreto che non è stata pubblicata".. Le
parole dell'allora cardinale, poi salito al soglio pontificio sarebbero
state queste: "C’è di più di quello che abbiamo pubblicato". Non solo.
Secondo Dollinger, il papa gli avrebbe confidato che la parte pubblicata
del segreto di Fatima è completamente autentica e che quella segreta
parlerebbe di "un cattivo concilio e di una cattiva messa" che sarebbero
successi in futuro.
"Padre Dollinger - conclude Hickson - mi ha dato il permesso di pubblicare questi fatti nella festa dello Spirito Santo e mi ha dato la sua benedizione".
Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/confessione-papa-ratzinger-c-altro-sul-segreto-fatima-1259494.html
venerdì 13 maggio 2016
BEATA VERGINE MARIA DI FATIMA
Beata Vergine Maria di Fatima
Il 13 maggio si celebrano le apparizioni della
Vergine Maria a Fatima, in Portogallo nel 1917. A tre pastorelli, Lucia
di Gesù, Francesco e Giacinta, apparve per sei volte la Madonna che
lasciò loro un messaggio per tutta l’umanità. Il vescovo di Leiria,
nella sua lettera pastorale a chiusura del cinquantenario, ha affermato
che messaggio di Fatima "racchiude un contenuto dottrinale tanto vasto
da poter certamente affermare che non gli sfugge alcuno dei temi
fondamentali della nostra fede cristiana...".
La Vergine poi chiese: “Volete offrire a Dio tutte le sofferenze che
Egli desidera mandarvi, in riparazione dei peccati dai quali Egli è
offeso, e per domandare la conversione dei peccatori?”. “Si lo vogliamo”
rispose Lucia, “Allora dovrete soffrire molto, ma la Grazia di Dio sarà
il vostro conforto”.
sabato 30 aprile 2016
Breve storia del genocidio armeno
L’impero
ottomano alla fine del XIX secolo, è uno stato in disfacimento, la
corruzione serpeggia in ogni angolo dell’impero che in breve tempo ha
visto scomparire i suoi domini in Europa con la nascita, dopo secoli di
barbara oppressione, degli stati nazionali balcanici. I turchi, che si
erano installati nell’Anatolia di millenaria cultura greco-armena,
paventano la possibilità di rivendicazioni elleniche sulle coste
dell’Asia Minore (Smirne e Costantinopoli) e soprattutto la nascita di
una Nazione Armena.
Quando Abdul Hamid II sale al trono, nel 1876, l’impero ottomano conta una forte presenza cristiana. I turchi e le popolazioni assimilate in moltissime regioni non riescono a raggiungere neppure il 40% dell’intera popolazione. In Asia Minore le minoranze etniche sono costituite da greci, armeni ed assiri. Gli armeni sono concentrati nell’est dell’impero dove, già dall’indipendenza greca del 1821, la Sublime Porta (sultanato) ha fatto insediare tutti i musulmani dei territori ottomani che via via venivano persi. Gli armeni non richiedono l’indipendenza ma solo uguaglianza e libertà culturale. Abdul Hamid viene duramente sconfitto dai russi. Le conseguenze per l’impero non sono gravi poiché il primo ministro inglese Disraeli, spinto dalla tradizionale politica filo turca del suo paese, fa sì che non si venga a formare uno stato armeno libero ma solo che vengano garantiti i diritti personali dei singoli. L’Inghilterra ottiene l’isola di Cipro. Il sultano, temendo una futura ingerenza europea nella questione armena e la ulteriore perdita di territori, dà inizio alle repressioni.
Tra il 1894 e il 1896 vengono uccisi dai due ai trecentomila armeni ad opera degli Hamidiés (battaglioni curdi appositamente costituiti dal sultano) senza contare conversioni forzate all’Islam che però non hanno seguito. A causa delle persecuzioni si assiste ad una forte ondata emigratoria. E’ l’inizio di una serie di massacri che durerà, in maniera più o meno forte, per trent’anni sotto tre regimi turchi diversi. L’atteggiamento Europeo è d’immobilismo, poiché ogni nazione ha paura che un’altra assuma maggior rilevanza nello scacchiere caucasico e mediorientale.
Un nemico ancor più temibile del sultano si stava preparando, “i giovani turchi” ed il loro partito “Unione e Progresso” ( Ittihad ve Terakki). Questi, che avevano studiato in Europa, si erano imbevuti delle dottrine socialiste e marxiste che avevano adattato al sistema turco. La perdita dei possedimenti europei indicava loro – quale possibilità di espansione – il ricongiungimento ai popoli di etnia turca che vivono nell’ Asia centrale: tartari, kazachi, uzbechi ecc. E’ principalmente da queste due matrici culturali che nasce l’ideologia del panturchismo o panturanesimo (il Turan è il focolare della nazione turca da cui i turchi sono giunti, dopo una lunga marcia durata secoli, in Asia Minore). Dal marxismo i “Giovani turchi” avevano ripreso l’idea di uguaglianza, ma concepita in guisa che, per essere tutti uguali, tutti devono essere ottomani e per essere tutti ottomani bisogna essere tutti turchi e musulmani. Dalla constatazione dell’impossibilità del mantenimento e dell’espansione dei domini europei, essi rivolgono la loro attenzione ai turchi delle steppe dell’Asia centrale e mirano al ricongiungimento con essi per dare vita ad un entità panturca che possa andare dal Bosforo alla Cina. Gli ostacoli, che si frappongono a queste mire di formazione di un blocco megalitico turco, panturanico, sono costituiti da armeni e curdi. I curdi però, pensano i Giovani Turchi, sono musulmani e non posseggono una forte cultura, possono essere quindi assimilati facilmente; gli eventi del nostro tempo mostrano tragicamente altro. Gli armeni, oltre a essere cristiani malgrado le molte e spietate persecuzioni, posseggono anche una cultura millenaria, professano un’altra religione, hanno una loro lingua ed un loro alfabeto, non possono essere assimilati ed inoltre la loro presenza impedisce l’unificazione con gli altri turchi. Vanno quindi eliminati.
Per portare avanti questo progetto non era pensabile appoggiarsi al “sultano rosso” (così era stato soprannominato Abdul Hamid dopo i massacri di fine Ottocento), poiché il suo governo era corrotto e debole mentre c’era invece bisogno di un governo forte e privo di remore. L’ironia della sorte vuole che proprio gli armeni diano una mano all’Ittihad per raggiungere il potere. I giovani turchi infatti, mentre segretamente tramavano l’omicidio di massa, apparentemente si mostravano liberali e laicisti. Gli armeni, pensando all’avvicinarsi di uno stato garante delle libertà fondamentali dell’uomo, appoggiano così i loro carnefici, i quali nel 1908 con un colpo di stato prendono il potere. In questo periodo gli armeni ottengono, solo teoricamente, uno status di cittadini a tutti gli effetti e nell’Armenia vengono formate sei entità vagamente autonome, chiamate villayet. Ma in segreto, a Costantinopoli, l’annientamento era stato premeditato da lungo tempo.
I Giovani Turchi avviano una prova generale del genocidio nell’aprile del 1909, le vittime sono trentamila. Impongono la dittatura militare nel 1913, Djemal, Enver e Talaat (il triumvirato della morte) sono i ministri della Marina, della Guerra e dell’Interno. Ormai hanno pieni poteri per dirigere lo stato, possono pianificare il genocidio perfetto. In riunioni segrete si organizza lo sterminio e viene delineato il principio di omogeneizzazione della Turchia tramite la forza delle armi.
In primo luogo intervengono nelle attività parlamentari facendo approvare una legge che permette lo spostamento di popolazioni in caso di guerra ed inoltre il ministro Enver dà vita ad un’organizzazione speciale (Teškilati Mahsusa), il cui scopo ufficiale è quello di effettuare azioni di guerriglia in tempo di guerra; in verità si tratta di una vera e propria macchina di sterminio . Enver assolda trentamila avanzi di galera. Viene messa in atto una rete segreta di comunicazione, che si avvale di un codice segreto, praticamente sarà articolata come segue: per impartire l’ordine di sterminio ad ogni comando della gendarmeria si manderà un messaggio ufficiale in cui si dirà di proteggere gli armeni, con la scusa ufficiale del trasferimento per motivi bellici, e contemporaneamente un messaggio cifrato che invece ne disporrà la carneficina ( con la clausola di distruggere quest’ultimo messaggio in modo che non ne rimanga traccia). Poiché alcuni paesi europei minacciavano ritorsioni in caso di pericolo per gli armeni, alcuni di questi documenti si salvarono perché gli esecutori volevano avere qualcosa che provasse che avevano solo obbedito agli ordini. Questi documenti saranno usati nel processo di Costantinopoli.
I Giovani Turchi non potevano intraprendere la loro politica di annientamento, dovevano aspettare un’occasione favorevole. Tale occasione è la guerra, perché nessuna potenza sarebbe potuta intervenire a causa di questa. Talaaat Pascià, parlando al Dr. Mordtman in merito all’abolizione di ogni concessione a favore degli armeni, asserisce infatti: “C’est le seul moment propice”. All’entrata si oppongono i partiti armeni, ma ogni sforzo è vano. I Giovani Turchi iniziano la loro follia e per gli armeni inizia il METZ YEGHERN (IL GRANDE MALE). Con questo nome gli armeni chiamano il loro genocidio. In sei mesi i turchi uccideranno da un milione e mezzo a due milioni di armeni.
Tutta l’operazione viene mascherata come un’azione di spostamento di persone da ipotetiche zone di guerra. Tutto ciò perché i Giovani Turchi vorrebbero far credere che la sparizione di due milioni di persone sia dovuta al caso. Le modalità di sterminio sono:
1) Eliminazione del cervello della nazione. Il 24 Aprile 1915 vengono arrestati gli esponenti dell’élite culturale armena. Intellettuali, deputati, prelati, commercianti, professionisti saranno deportati all’interno dell’Anatolia e massacrati. Ci vorranno cinquant’anni per ricostruire una classe pensante.
2) Eliminazione della forza. Gli Armeni dai 18 ai 60 anni vengono chiamati alle armi a causa della guerra in atto. Questi, da bravi cittadini, si arruolano. Un decreto stabilisce il disarmo di tutti i militari armeni, che vengono costituiti in battaglioni del genio. A gruppi di 100 verranno isolati e massacrati. Di 350.000 soldati armeni nessuno si salverà.
3) E’ il turno di donne vecchi e bambini. I medici Nazim e Behaeddin Chackir sguinzagliano la loro organizzazione segreta. Nei luoghi vicino al mare si procede all’annegamento. Lo sterminio diretto viene applicato anche nelle zone in cui incombeva l’avanzata russa per il timore che alcuni si potessero salvare.
4) Deportazioni (tehcir ve taktil = deportazione e massacro) – In primo luogo vengono eliminati i pochi uomini validi rimasti. Il capo della gendarmeria locale dà ordine ai maschi armeni di presentarsi al comune, appena arrivati vengono imprigionati ed eliminati fuori dal villaggio. Si incomincia la deportazione con la scusa dello spostamento da zona di operazioni belliche; moltissimi deportati vengono uccisi durante la marcia.
L’editto di trasferimento dovrebbe essere comunicato con cinque giorni d’anticipo, ma nella maggioranza dei casi viene dato molto meno tempo per non offrire alle vittime la possibilità di prepararsi. Fuori dal villaggio intanto aspettano curdi e turchi per impadronirsi della abitazioni. Con una legge del 10.6.1915 e altre che seguono, i beni della persone deportate vengono dichiarati “beni abbandonati (“emvali metruke“) quindi soggetti a confisca e riallocazione. Allontanatisi i convogli, questi sono privati dei carri (bisogna camminare) si possono così facilmente eliminare le persone per fatica senza dover usare proiettili. Le donne hanno una possibilità di salvezza, convertirsi all’islam, sposando un turco ed affidando i propri figli allo Stato. Durante il viaggio questi convogli vengono attaccati e depredati, anche con l’aiuto dei militari di scorta. Il bottino viene spartito tra Stato ed esecutori materiali.
Dopo lunghe marce, durante le quali gli attacchi dei Ceccè (30000 assassini fatti uscire di galera ed incorporati nell’organizzazione segreta) e dei curdi Hamidiés, la fame, la sete e gli stenti decimano i convogli, si giunge ai campi di sterminio della Siria che non presentano reticolati: c’è il deserto. Nel luglio del 1916 Talaat dà l’ordine di eliminare i superstiti. Questi verranno stipati in caverne, cosparsi di petrolio e poi viene dato loro fuoco.
In tutta l’Armenia si può assistere al macabro spettacolo di corpi straziati e lasciati insepolti. In un rapporto del 1917 il medico militare tedesco, Stoffels, rivolgendosi al console austriaco dice di aver visto, nel 1915 durante il suo viaggio verso Mosul, un gran numero di località, precedentemente armene, nelle cui chiese e case giacevano corpi bruciati e decomposti di donne e bambini. I corpi delle vittime non troveranno mai cristiana sepoltura.
Le carovane della morte vengono indirizzate verso Aleppo (in Siria) e di qui verso la località desertica di Deir el-Zor. Qui, i superstiti vengono definitivamente annientati. Il mausoleo innalzato dagli armeni a Deir el-Zor a ricordo di tale olocausto è stato raso al suolo dai miliziani dell’Isis nell’autunno 2014. L’Auschwiz degli armeni non esiste più.
GLI ARMENI RICORDANO IL 24 APRILE (DATA DI INIZIO DELLE DEPORTAZIONI) COME LA GIORNATA DELLA MEMORIA DEL GENOCIDIO.
Fonte: http://www.iltimone.org/34605,News.html
Quando Abdul Hamid II sale al trono, nel 1876, l’impero ottomano conta una forte presenza cristiana. I turchi e le popolazioni assimilate in moltissime regioni non riescono a raggiungere neppure il 40% dell’intera popolazione. In Asia Minore le minoranze etniche sono costituite da greci, armeni ed assiri. Gli armeni sono concentrati nell’est dell’impero dove, già dall’indipendenza greca del 1821, la Sublime Porta (sultanato) ha fatto insediare tutti i musulmani dei territori ottomani che via via venivano persi. Gli armeni non richiedono l’indipendenza ma solo uguaglianza e libertà culturale. Abdul Hamid viene duramente sconfitto dai russi. Le conseguenze per l’impero non sono gravi poiché il primo ministro inglese Disraeli, spinto dalla tradizionale politica filo turca del suo paese, fa sì che non si venga a formare uno stato armeno libero ma solo che vengano garantiti i diritti personali dei singoli. L’Inghilterra ottiene l’isola di Cipro. Il sultano, temendo una futura ingerenza europea nella questione armena e la ulteriore perdita di territori, dà inizio alle repressioni.
Tra il 1894 e il 1896 vengono uccisi dai due ai trecentomila armeni ad opera degli Hamidiés (battaglioni curdi appositamente costituiti dal sultano) senza contare conversioni forzate all’Islam che però non hanno seguito. A causa delle persecuzioni si assiste ad una forte ondata emigratoria. E’ l’inizio di una serie di massacri che durerà, in maniera più o meno forte, per trent’anni sotto tre regimi turchi diversi. L’atteggiamento Europeo è d’immobilismo, poiché ogni nazione ha paura che un’altra assuma maggior rilevanza nello scacchiere caucasico e mediorientale.
Un nemico ancor più temibile del sultano si stava preparando, “i giovani turchi” ed il loro partito “Unione e Progresso” ( Ittihad ve Terakki). Questi, che avevano studiato in Europa, si erano imbevuti delle dottrine socialiste e marxiste che avevano adattato al sistema turco. La perdita dei possedimenti europei indicava loro – quale possibilità di espansione – il ricongiungimento ai popoli di etnia turca che vivono nell’ Asia centrale: tartari, kazachi, uzbechi ecc. E’ principalmente da queste due matrici culturali che nasce l’ideologia del panturchismo o panturanesimo (il Turan è il focolare della nazione turca da cui i turchi sono giunti, dopo una lunga marcia durata secoli, in Asia Minore). Dal marxismo i “Giovani turchi” avevano ripreso l’idea di uguaglianza, ma concepita in guisa che, per essere tutti uguali, tutti devono essere ottomani e per essere tutti ottomani bisogna essere tutti turchi e musulmani. Dalla constatazione dell’impossibilità del mantenimento e dell’espansione dei domini europei, essi rivolgono la loro attenzione ai turchi delle steppe dell’Asia centrale e mirano al ricongiungimento con essi per dare vita ad un entità panturca che possa andare dal Bosforo alla Cina. Gli ostacoli, che si frappongono a queste mire di formazione di un blocco megalitico turco, panturanico, sono costituiti da armeni e curdi. I curdi però, pensano i Giovani Turchi, sono musulmani e non posseggono una forte cultura, possono essere quindi assimilati facilmente; gli eventi del nostro tempo mostrano tragicamente altro. Gli armeni, oltre a essere cristiani malgrado le molte e spietate persecuzioni, posseggono anche una cultura millenaria, professano un’altra religione, hanno una loro lingua ed un loro alfabeto, non possono essere assimilati ed inoltre la loro presenza impedisce l’unificazione con gli altri turchi. Vanno quindi eliminati.
Per portare avanti questo progetto non era pensabile appoggiarsi al “sultano rosso” (così era stato soprannominato Abdul Hamid dopo i massacri di fine Ottocento), poiché il suo governo era corrotto e debole mentre c’era invece bisogno di un governo forte e privo di remore. L’ironia della sorte vuole che proprio gli armeni diano una mano all’Ittihad per raggiungere il potere. I giovani turchi infatti, mentre segretamente tramavano l’omicidio di massa, apparentemente si mostravano liberali e laicisti. Gli armeni, pensando all’avvicinarsi di uno stato garante delle libertà fondamentali dell’uomo, appoggiano così i loro carnefici, i quali nel 1908 con un colpo di stato prendono il potere. In questo periodo gli armeni ottengono, solo teoricamente, uno status di cittadini a tutti gli effetti e nell’Armenia vengono formate sei entità vagamente autonome, chiamate villayet. Ma in segreto, a Costantinopoli, l’annientamento era stato premeditato da lungo tempo.
I Giovani Turchi avviano una prova generale del genocidio nell’aprile del 1909, le vittime sono trentamila. Impongono la dittatura militare nel 1913, Djemal, Enver e Talaat (il triumvirato della morte) sono i ministri della Marina, della Guerra e dell’Interno. Ormai hanno pieni poteri per dirigere lo stato, possono pianificare il genocidio perfetto. In riunioni segrete si organizza lo sterminio e viene delineato il principio di omogeneizzazione della Turchia tramite la forza delle armi.
In primo luogo intervengono nelle attività parlamentari facendo approvare una legge che permette lo spostamento di popolazioni in caso di guerra ed inoltre il ministro Enver dà vita ad un’organizzazione speciale (Teškilati Mahsusa), il cui scopo ufficiale è quello di effettuare azioni di guerriglia in tempo di guerra; in verità si tratta di una vera e propria macchina di sterminio . Enver assolda trentamila avanzi di galera. Viene messa in atto una rete segreta di comunicazione, che si avvale di un codice segreto, praticamente sarà articolata come segue: per impartire l’ordine di sterminio ad ogni comando della gendarmeria si manderà un messaggio ufficiale in cui si dirà di proteggere gli armeni, con la scusa ufficiale del trasferimento per motivi bellici, e contemporaneamente un messaggio cifrato che invece ne disporrà la carneficina ( con la clausola di distruggere quest’ultimo messaggio in modo che non ne rimanga traccia). Poiché alcuni paesi europei minacciavano ritorsioni in caso di pericolo per gli armeni, alcuni di questi documenti si salvarono perché gli esecutori volevano avere qualcosa che provasse che avevano solo obbedito agli ordini. Questi documenti saranno usati nel processo di Costantinopoli.
I Giovani Turchi non potevano intraprendere la loro politica di annientamento, dovevano aspettare un’occasione favorevole. Tale occasione è la guerra, perché nessuna potenza sarebbe potuta intervenire a causa di questa. Talaaat Pascià, parlando al Dr. Mordtman in merito all’abolizione di ogni concessione a favore degli armeni, asserisce infatti: “C’est le seul moment propice”. All’entrata si oppongono i partiti armeni, ma ogni sforzo è vano. I Giovani Turchi iniziano la loro follia e per gli armeni inizia il METZ YEGHERN (IL GRANDE MALE). Con questo nome gli armeni chiamano il loro genocidio. In sei mesi i turchi uccideranno da un milione e mezzo a due milioni di armeni.
Tutta l’operazione viene mascherata come un’azione di spostamento di persone da ipotetiche zone di guerra. Tutto ciò perché i Giovani Turchi vorrebbero far credere che la sparizione di due milioni di persone sia dovuta al caso. Le modalità di sterminio sono:
1) Eliminazione del cervello della nazione. Il 24 Aprile 1915 vengono arrestati gli esponenti dell’élite culturale armena. Intellettuali, deputati, prelati, commercianti, professionisti saranno deportati all’interno dell’Anatolia e massacrati. Ci vorranno cinquant’anni per ricostruire una classe pensante.
2) Eliminazione della forza. Gli Armeni dai 18 ai 60 anni vengono chiamati alle armi a causa della guerra in atto. Questi, da bravi cittadini, si arruolano. Un decreto stabilisce il disarmo di tutti i militari armeni, che vengono costituiti in battaglioni del genio. A gruppi di 100 verranno isolati e massacrati. Di 350.000 soldati armeni nessuno si salverà.
3) E’ il turno di donne vecchi e bambini. I medici Nazim e Behaeddin Chackir sguinzagliano la loro organizzazione segreta. Nei luoghi vicino al mare si procede all’annegamento. Lo sterminio diretto viene applicato anche nelle zone in cui incombeva l’avanzata russa per il timore che alcuni si potessero salvare.
4) Deportazioni (tehcir ve taktil = deportazione e massacro) – In primo luogo vengono eliminati i pochi uomini validi rimasti. Il capo della gendarmeria locale dà ordine ai maschi armeni di presentarsi al comune, appena arrivati vengono imprigionati ed eliminati fuori dal villaggio. Si incomincia la deportazione con la scusa dello spostamento da zona di operazioni belliche; moltissimi deportati vengono uccisi durante la marcia.
L’editto di trasferimento dovrebbe essere comunicato con cinque giorni d’anticipo, ma nella maggioranza dei casi viene dato molto meno tempo per non offrire alle vittime la possibilità di prepararsi. Fuori dal villaggio intanto aspettano curdi e turchi per impadronirsi della abitazioni. Con una legge del 10.6.1915 e altre che seguono, i beni della persone deportate vengono dichiarati “beni abbandonati (“emvali metruke“) quindi soggetti a confisca e riallocazione. Allontanatisi i convogli, questi sono privati dei carri (bisogna camminare) si possono così facilmente eliminare le persone per fatica senza dover usare proiettili. Le donne hanno una possibilità di salvezza, convertirsi all’islam, sposando un turco ed affidando i propri figli allo Stato. Durante il viaggio questi convogli vengono attaccati e depredati, anche con l’aiuto dei militari di scorta. Il bottino viene spartito tra Stato ed esecutori materiali.
Dopo lunghe marce, durante le quali gli attacchi dei Ceccè (30000 assassini fatti uscire di galera ed incorporati nell’organizzazione segreta) e dei curdi Hamidiés, la fame, la sete e gli stenti decimano i convogli, si giunge ai campi di sterminio della Siria che non presentano reticolati: c’è il deserto. Nel luglio del 1916 Talaat dà l’ordine di eliminare i superstiti. Questi verranno stipati in caverne, cosparsi di petrolio e poi viene dato loro fuoco.
In tutta l’Armenia si può assistere al macabro spettacolo di corpi straziati e lasciati insepolti. In un rapporto del 1917 il medico militare tedesco, Stoffels, rivolgendosi al console austriaco dice di aver visto, nel 1915 durante il suo viaggio verso Mosul, un gran numero di località, precedentemente armene, nelle cui chiese e case giacevano corpi bruciati e decomposti di donne e bambini. I corpi delle vittime non troveranno mai cristiana sepoltura.
Le carovane della morte vengono indirizzate verso Aleppo (in Siria) e di qui verso la località desertica di Deir el-Zor. Qui, i superstiti vengono definitivamente annientati. Il mausoleo innalzato dagli armeni a Deir el-Zor a ricordo di tale olocausto è stato raso al suolo dai miliziani dell’Isis nell’autunno 2014. L’Auschwiz degli armeni non esiste più.
GLI ARMENI RICORDANO IL 24 APRILE (DATA DI INIZIO DELLE DEPORTAZIONI) COME LA GIORNATA DELLA MEMORIA DEL GENOCIDIO.
Fonte: http://www.iltimone.org/34605,News.html
lunedì 21 marzo 2016
Le grandi civiltà crollano quando non si fanno più figli
Qualche anno fa è uscito in Francia un interessantissimo libro dello storico Michel De Jaeghere, “Gli ultimi giorni. La caduta dell'Impero romano d'Occidente” (Les
Belles Lettres, Parigi 2014), un bel tomo di oltre seicento pagine che
continua a far discutere negli ambienti più diversi, talora con toni
molto accesi. Purtroppo in Italia ancora non è stato tradotto e
pubblicato da nessuna casa editrice.
Ma perché appassionarsi tanto alla caduta dell'Impero romano? E' una domanda che si è posto in un editoriale il professore Massimo Introvigne, sociologo torinese, su LaNuovaBQ.It
del 23 febbraio 2015. Certamente si tratta di uno degli eventi più
importanti della storia universale. Ma in realtà il dibattito francese è
divenuto attuale e rapidamente politico, perché le vicende finali
dell'Impero romano ricordano da vicino - lo aveva del resto già notato
Benedetto XVI - quelle di un'altra civiltà che sta morendo, la nostra.
Innanzitutto De Jaeghere ripete quello che è ovvio per gli storici accademici: l'Impero romano non è caduto per colpa del cristianesimo.
Anzi i cristiani, che sono il dieci per cento all'inizio del quinto
secolo, saranno loro che cercano di mantenere in vita Roma e la sua
cultura, con vescovi e intellettuali come Ambrogio e Agostino ma anche
con generali che si battono fino allo spasimo per difendere l'Impero,
come Stilicone ed Ezio, e con tanti soldati cristiani protagonisti di
fatti d'arme eroici.
Allora qual è il motivo della caduta dell'immenso impero? Ancora oggi
gli storici discutono sulla sua caduta, si rileva qualche cautela sulla
categoria di “decadenza”, ma sono molti quelli che attribuiscono la
caduta dell'Impero a cause ideologiche. Tuttavia per De Jaeghere la
caduta dell'impero è un “processo”. E anche senza citarlo, ha la stessa
idea di Benedetto XVI,“[...]lo storico francese identifica come
causa principale che sta all'origine del processo la denatalità. Il
controllo delle nascite presso i romani non ha i mezzi tecnici di oggi,
ma dilagano l'aborto e l'infanticidio, e aumenta il numero di maschi
adulti che dichiarano di volere avere esclusivamente relazioni
omosessuali. Il risultato è demograficamente disastroso: Roma passa dal
milione di abitanti dei secoli d'oro dell'Impero ai ventimila della fine
del quinto secolo, con una caduta del 98%.[...]le campagne sono meno
sicure, ma dal trenta al cinquanta per cento degli insediamenti agricoli
sono abbandonati negli ultimi due secoli dell'Impero, non perché non
siano più redditizi ma perché non c'è più nessuno per coltivare la
terra”.(M. Introvigne, “Denatalità, tasse, immigrazione. Ecco perché finiremo come l'Impero Romano”, 23.2.15, LaNuovaBQ.it)
In pratica “meno popolazione significa meno produttori e meno soggetti che pagano le tasse”. Così anche l'Impero romano fa quello che hanno o stanno facendo i nostri Stati moderni, compresa l'Italia:“Aumenta le tasse, fino ad ammazzare l'economia”, ma così si ottiene l'effetto contrario, più aumentano le tasse e meno si incassa, “perché molti vanno in rovina e non pagano più nulla”.
Ad un certo punto si è cercato di risolvere la questione della denatalità accrescendo la natalità degli schiavi, ma “gli
schiavi, però, non pagano tasse, lavorano in modo poco zelante e non
hanno alcun interesse a difendere in armi i loro padroni attaccati”.Tuttavia
se gli schiavi non risolvono i problemi, l'altra misura cui gli Stati e
gli imperi ricorrono di solito per ripopolare i loro territori è la
massiccia immigrazione. Infatti dal 376 al 411, facilitati dal sistema,
un milione di barbari tra immigrati, rifugiati o deportati, entrano nei
territori dell'impero.
Naturalmente anche l'esercito romano comincia a soffrire la penuria
di uomini, a questo punto, fatalmente, si prende la decisione di
reclutare gl'immigrati, snaturando la composizione delle legioni. Su un
esercito di circa mezzo milioni, più della metà sono di origine
germanica.
“È vero, - scrive Introvigne - sono «barbari» in
maggioranza i legionari, ma sono romani i comandanti e romani gli
imperatori da cui prendono ordini. Senonché a un certo punto i «barbari»
si rendono conto appunto di essere la maggioranza dei soldati, la
maggioranza di coloro che faticano e muoiono. Perché dovrebbero farsi
comandare dai romani? Così, alla fine, uccidono i generali romani e li
sostituiscono con uomini loro, si uniscono agli invasori etnicamente
affini anziché respingerli e, nell'atto conclusivo, marciano su Roma e
pongono fine all'Impero”.
E qui in pratica ha ragione lo storico accademico francese Renè Grousset, citato da De Jaeghere:“nessuna civiltà[...]viene distrutta dall'esterno senza essere prima caduta essa stessa, nessun impero viene conquistato dall'esterno se non si è prima suicidato.E
una società, una civiltà, non si distrugge con le sue mani se non
quando ha cessato di comprendere la sua ragion d'essere, quando l'idea
dominante attorno a cui essa fu in origine organizzata diviene come
estranea. Tale fu il caso del mondo antico”(p. 555).
Come non pensare alle due virtù della fides e della pietas, i due pilastri della cultura romana che avevano dato ai romani l'energia vitale per sopravvivere e perpetuarsi. “Fides
e pietas: la caduta dell'impero non si deve forse al fatto che i romani
si erano allontanati da entrambe le virtù fondatrici?”.
Comunque sia le analisi delle sequenze della caduta di Roma, che
vanno dalla denatalità alla persecuzione fiscale dei cittadini, dallo
statalismo dell'economia e all'immigrazione non governata, possono non
piacere a qualcuno, perchè assomigliano molto al nostro presente,
naturalmente con tutte le cautele necessarie.
Infatti,“a De Jaeghere è stato opposto che l'immigrazione è una
risorsa, che gli imperatori avrebbero dovuto valorizzare, e che il vero
problema fu la loro incapacità di pensare l'Impero in termini nuovi e
multiculturali, non l'aumento degli immigrati. È evidente che queste
obiezioni «politicamente corrette» nascono dal timore del paragone con
l'Europa di oggi, paragone cui lo stesso De Jaeghere non si sottrae, pur
invitando alla cautela”.
Dunque a Roma è venuto meno il tasso di natalità che sosteneva l'Impero, con conseguenze a cascata sull'economia e la difesa.“Ma
perché questo avvenne? Perché a un certo punto i romani scelsero la
strada di quello che, con riferimento all'Europa dei giorni nostri, San
Giovanni Paolo II avrebbe chiamato «suicidio demografico»?
E' andata proprio così, la nuova elite romana è più interessata ai
piaceri che alla difesa dell'Impero, che considera comunque eterno e
invincibile. E comincia a non fare figli: tutte le famiglie
tradizionalmente aristocratiche dell'epoca di Gesù Cristo si estinguono
prima del 300 d.C. tranne una, la gens Acilia, che si converte al
cristianesimo. L'esempio delle classi dirigenti, come sempre accade, fa
proseliti. La moda del figlio unico, o di nessun figlio, arriva fino
alla plebe.
Infatti nota lo storico archeologo britannico Bryan Ward-Perkins,“i
romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe
continuato per sempre senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi
saremmo saggi a non imitare la loro sicumera”.
Le lezioni che possiamo ricavare dallo studio del libro di De
Jaeghere sono tante, per meglio comprendere è opportuno lasciare le
conclusioni al professore Introvigne:
“Con tutte le cautele che richiede ogni paragone fra epoche diversissime, la caduta di Roma mostra come grandi civiltà possano finire, e che il modo della loro fine normalmente è demografico. Gli imperi cadono quando non fanno più figli, e la denatalità innesca una spirale diabolica di tasse insostenibili, statalismo dell'economia, immigrazione non governata ed eserciti imbelli. Per capire la pertinenza della parabola romana rispetto ai giorni nostri non servono troppi libri, basta aprire le finestre e guardarsi intorno”. Incalza Introvigne, “Su un punto, peraltro, i critici di De Jaeghere hanno qualche ragione. Gli immigrati e gli invasori di Roma avevano un vantaggio rispetto a immigrati e «invasori» di oggi. In gran parte germanici, non erano portatori di una cultura forte. Riconoscevano la superiorità della cultura romana: cercarono di appropriarsene e finirono anche per convertirsi al cristianesimo. Attraverso secoli di sangue, sudore e fatica la caduta dell'Impero romano d'Occidente prepara così la cristianità del Medioevo.Oggi gli immigrati e gli «invasori» -invasori tramite l'economia, o aspiranti invasori in armi come il Califfo - sono portatori di un pensiero fortissimo, sia quello islamico o quello cinese: non pensano di dovere assimilare la nostra cultura ma vogliono convincerci della superiorità della loro. La crisi che potrebbe seguirne potrebbe essere ancora più letale di quanto fu per l'Europa la caduta di Roma. Per questo, discutere sulle ragioni della caduta dell'Impero romano d'Occidente non è un puro esercizio intellettuale”.
“Con tutte le cautele che richiede ogni paragone fra epoche diversissime, la caduta di Roma mostra come grandi civiltà possano finire, e che il modo della loro fine normalmente è demografico. Gli imperi cadono quando non fanno più figli, e la denatalità innesca una spirale diabolica di tasse insostenibili, statalismo dell'economia, immigrazione non governata ed eserciti imbelli. Per capire la pertinenza della parabola romana rispetto ai giorni nostri non servono troppi libri, basta aprire le finestre e guardarsi intorno”. Incalza Introvigne, “Su un punto, peraltro, i critici di De Jaeghere hanno qualche ragione. Gli immigrati e gli invasori di Roma avevano un vantaggio rispetto a immigrati e «invasori» di oggi. In gran parte germanici, non erano portatori di una cultura forte. Riconoscevano la superiorità della cultura romana: cercarono di appropriarsene e finirono anche per convertirsi al cristianesimo. Attraverso secoli di sangue, sudore e fatica la caduta dell'Impero romano d'Occidente prepara così la cristianità del Medioevo.Oggi gli immigrati e gli «invasori» -invasori tramite l'economia, o aspiranti invasori in armi come il Califfo - sono portatori di un pensiero fortissimo, sia quello islamico o quello cinese: non pensano di dovere assimilare la nostra cultura ma vogliono convincerci della superiorità della loro. La crisi che potrebbe seguirne potrebbe essere ancora più letale di quanto fu per l'Europa la caduta di Roma. Per questo, discutere sulle ragioni della caduta dell'Impero romano d'Occidente non è un puro esercizio intellettuale”.
giovedì 17 marzo 2016
Dichiarazione comune di Papa Francesco e del Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia
«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13).
Per i 3 anni di pontificato di Papa Francesco, vogliamo ricordare lo storico incontro tra il Vescovo di Roma e il Patriarca della chiesa ortodossa di Russia.
Robertus
1. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del
Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo
Consolatore, noi, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta
la Russia, ci siamo incontrati oggi a L’Avana. Rendiamo grazie a Dio,
glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella
storia. Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana
che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore
a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi
essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della
civiltà umana.
2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all’incrocio
tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze
del “Nuovo Mondo” e degli eventi drammatici della storia del XX secolo,
rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell’America Latina e
degli altri Continenti. Ci rallegriamo che la fede cristiana stia
crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso
dell’America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata
nell’esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un
grande futuro per questa regione.
3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”,
sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra
cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15).
4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo
del suo unico Figlio. Condividiamo la comune Tradizione spirituale del
primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono
la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo.
Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro
fedeltà a Cristo e sono diventati “seme di cristiani”.
5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli,
cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione
nell’Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un
passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati,
nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede in Dio, uno in
tre Persone – Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita
dell’unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta
nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti
siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano
anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).
6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo
che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa
unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro
incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con
rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un
mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo
incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona
volontà!
7. Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario
per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo
unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il
patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme
alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono
imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui
questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un
periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la
nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di
fronte alle sfide che richiedono una risposta comune.
8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del
mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del
Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo
vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese
sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri
profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri
paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei
cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e
dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre
comunità religiose.
9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per
prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente.
Nell’elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo
esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di
altre tradizioni religiose diventati anch’essi vittime della guerra
civile, del caos e della violenza terroristica.
10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di
vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo
la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al
terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad
un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un
aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti
rifugiati nei paesi confinanti. Chiediamo a tutti coloro che possono
influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di
Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di aprile del
2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione.
11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo,
per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è “il frutto della
giustizia” (cfrIs 32, 17), affinché si rafforzi la convivenza
fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono
presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione
dei feriti e il riposo dell’anima degli innocenti uccisi. Ci rivolgiamo,
con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte
nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei
negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale
faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l’aiuto di
azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi
coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinché agiscano in
maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i
credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo
perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova
guerra mondiale. Affinché la pace sia durevole ed affidabile, sono
necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci
uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della
propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte
all’apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo,
appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un
pegno dell’unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si
rivolge la parola dell’apostolo: «Carissimi, … nella misura in cui
partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella
rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt4, 12-13).
13. In quest’epoca inquietante, il dialogo interreligioso è
indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose
non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e
nell’armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la
responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito
rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre
tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di
giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può
essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine,
ma di pace» (1 Cor 14, 33).
14. Nell’affermare l’alto valore della libertà religiosa, rendiamo
grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana
che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell’Europa orientale,
dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene
dell’ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani
possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi
sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti
centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane
portano avanti un’importante attività caritativa e sociale, fornendo
un’assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso
lavorano fianco a fianco. Essi attestano l’esistenza dei fondamenti
spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del
Vangelo.
15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti
paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una
restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le
proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In
particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in
società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua
verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per
noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei
cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune
forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte
assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica.
16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di
sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una
garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili
contro un’integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità
religiose. Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla
nostra civiltà, siamo convinti che l’Europa debba restare fedele alle
sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell’Europa orientale e
occidentale di unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in
modo che l’Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di
tradizione cristiana.
17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in
situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo
bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali
dell’umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni
di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il
consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta
esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente
disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il
sentimento d’ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni
internazionali che si è stabilito.
18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della
giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un’autentica
solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo
dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere
i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i
forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò
che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo
possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1, 27-29).
19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della
società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi.
Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e
sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che
testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la
loro apertura alla procreazione e all’educazione dei figli, la
solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli.
20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di
amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed
insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è
una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di
convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione,
mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione
particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla
tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.
21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla
vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di
nascere nel mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (cfr Gen
4, 10). Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone
anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro
famiglie e la società in generale. Siamo anche preoccupati dallo
sviluppo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, perché
la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti
dell’esistenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia
nostro dovere ricordare l’immutabilità dei principi morali cristiani,
basati sul rispetto della dignità dell’uomo chiamato alla vita, secondo
il disegno del Creatore.
22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (cfr Mt25,
25), ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per
confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra
vita i comandamenti evangelici dell’amore di Dio e del prossimo. Non
abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità di Dio,
alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre.
23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinché coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (cfr Mt 5, 14, 16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosadella fede (cfr Mt 13, 46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6, 20), al costo della morte in croce dell’Uomo-Dio Gesù Cristo.
24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione
della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare
il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il
rispetto reciproco per i membri delle comunità cristiane ed esclude
qualsiasi forma di proselitismo. Non siamo concorrenti ma fratelli, e da
questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche
e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di
tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore, e ad
avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15,
5). Non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i
credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà
religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il
precetto dell’apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore di non
annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di
Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15, 20).
25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla
riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e
ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dell’“uniatismo” del passato,
inteso come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua
Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l’unità. Tuttavia, le
comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il
diritto di esistere e di intraprendere tutto ciò che è necessario per
soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso
tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici
hanno bisogno di riconciliarsi e di trovare forme di convivenza
reciprocamente accettabili.
26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte
vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società
in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del
conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per
costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per
pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro
e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto.
27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa
essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i
cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia, e
che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far
vedere sempre di più la nostra fratellanza cristiana.
28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune
destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente
nell’annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare
insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché
il mondo creda» (Gv 17, 21). Questo mondo, in cui scompaiono
progressivamente i pilastri spirituali dell’esistenza umana, aspetta da
noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita
personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza
dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte
il futuro dell’umanità.
29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona
Novella salvifica, ci sostenga l’Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e
Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la sua infallibile
promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto
di darvi il suo Regno» (Lc12, 32)! Cristo è fonte di gioia e
di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di
significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro
esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole
dell’apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece
siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora
invece avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2, 10).
30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca
espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla
Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica
preghiera: “Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa
Madre di Dio”. Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione,
incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti,
al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell’armonia in un solo popolo
di Dio, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!
| Francesco Vescovo di Roma Papa della Chiesa Cattolica |
Kirill Patriarca di Mosca e di tutta la Russia |
giovedì 25 febbraio 2016
Sopra la croce di Gesù non era scritto solo INRI. Ecco il vero significato dell’iscrizione ebraica.
In Esodo 20,2 Dio rivela il suo nome a Mosè:
“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto”
La parola tradotta con “il Signore” è il famoso Tetragramma che gli ebrei non possono neanche pronunciare:
“YHWH“,
vocalizzato in diversi modi tra i quali “Yahweh“. Le quattro lettere
ebraiche che lo compongono sono queste: “יהוה“, yod-he-waw-he.
Ricordiamo che l’ebraico si legge da destra verso sinistra.
Nel Vangelo di Giovanni, capitolo 19 versetti 16-22, leggiamo:
“Essi
presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto
del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri
due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose
anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il
Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione,
perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era
scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei
Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: «Il re dei Giudei», ma:
«Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei»». Rispose Pilato: «Quel che
ho scritto, ho scritto».”
Nonostante il brano in
questione sia famosissimo, la scena che si è svolta davanti a Gesù
crocifisso dev’essere stata un po’ diversa da come ce la siamo sempre
immaginata. Giovanni, forse, ha provato a sottolinearlo ma il lettore,
non conoscendo la lingua ebraica, è impossibilitato a comprendere.
L’iscrizione di cui parla Giovanni è la famosa sigla “INRI“, raffigurata ancora oggi sopra Gesù crocifisso. L’acronimo, che sta per il latino “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum“, significa appunto “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei“.
Ma Giovanni specifica che l’iscrizione era anche in ebraico. Non solo: in un momento così importante l’evangelista sembra soffermarsi su dei particolari apparentemente di poco conto:
L’iscrizione di cui parla Giovanni è la famosa sigla “INRI“, raffigurata ancora oggi sopra Gesù crocifisso. L’acronimo, che sta per il latino “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum“, significa appunto “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei“.
Ma Giovanni specifica che l’iscrizione era anche in ebraico. Non solo: in un momento così importante l’evangelista sembra soffermarsi su dei particolari apparentemente di poco conto:
- il fatto che molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città
- i capi dei sacerdoti che si rivolgono a Pilato per far modificare l’iscrizione
- Pilato che si rifiuta di cambiarla.
Ponzio
Pilato, che era romano, probabilmente non capiva che, senza volerlo,
aveva creato un po’ d’imbarazzo – se vogliamo definirlo così – agli
ebrei che osservavano Gesù crocifisso con quell’iscrizione sopra la
testa.
Henri Tisot, esperto di ebraico, si è rivolto a diversi rabbini per chiedere quale fosse l’esatta traduzione ebraica dell’iscrizione fatta compilare da Pilato. Ne parla nel suo libro “Eva, la donna” nelle pagine da 216 a 220.
Ha scoperto che è grammaticalmente obbligatorio, in ebraico, scrivere “Gesù il Nazareno e re dei Giudei“. Con le lettere ebraiche otteniamo “ישוע הנוצרי ומלך היהודים“. Ricordiamo la lettura da destra verso sinistra.
Queste lettere equivalgono alle nostre “Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim” vocalizzate “Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim“.
Quindi, come per il latino si ottiene l’acronimo “INRI“, per l’ebraico si ottiene “יהוה“, “YHWH“.
Ecco spiegata l’attenzione che Giovanni riserva per la situazione che si svolge sotto Gesù crocifisso. In quel momento gli ebrei vedevano l’uomo che avevano messo a morte, che aveva affermato di essere il Figlio di Dio, con il nome di Dio, il Tetragramma impronunciabile, inciso sopra la testa.
Non poteva andar bene che YHWH fosse scritto lì, visibile a tutti, e provarono a convincere Pilato a cambiare l’incisione. Ecco che la frase del procuratore romano “Quel che ho scritto, ho scritto” acquista un senso molto più profondo.
Sembra incredibile? Pensate che Gesù aveva profetizzato esattamente questo momento. In Giovanni 8,28 troviamo scritto:
Henri Tisot, esperto di ebraico, si è rivolto a diversi rabbini per chiedere quale fosse l’esatta traduzione ebraica dell’iscrizione fatta compilare da Pilato. Ne parla nel suo libro “Eva, la donna” nelle pagine da 216 a 220.
Ha scoperto che è grammaticalmente obbligatorio, in ebraico, scrivere “Gesù il Nazareno e re dei Giudei“. Con le lettere ebraiche otteniamo “ישוע הנוצרי ומלך היהודים“. Ricordiamo la lettura da destra verso sinistra.
Queste lettere equivalgono alle nostre “Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim” vocalizzate “Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim“.
Quindi, come per il latino si ottiene l’acronimo “INRI“, per l’ebraico si ottiene “יהוה“, “YHWH“.
Ecco spiegata l’attenzione che Giovanni riserva per la situazione che si svolge sotto Gesù crocifisso. In quel momento gli ebrei vedevano l’uomo che avevano messo a morte, che aveva affermato di essere il Figlio di Dio, con il nome di Dio, il Tetragramma impronunciabile, inciso sopra la testa.
Non poteva andar bene che YHWH fosse scritto lì, visibile a tutti, e provarono a convincere Pilato a cambiare l’incisione. Ecco che la frase del procuratore romano “Quel che ho scritto, ho scritto” acquista un senso molto più profondo.
Sembra incredibile? Pensate che Gesù aveva profetizzato esattamente questo momento. In Giovanni 8,28 troviamo scritto:
“Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono”
Per “innalzare” Gesù intende la crocifissione. “Io Sono” allude proprio al nome che Dio ha rivelato a Mosè in Esodo 3,14:
“Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»”
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