Cavalleria Cristiana

"È autentica Cavalleria Cristiana quella dei Cavalieri Erranti, nel duplice senso di andare ed errare, simili ai saggi e giusti di Dio, i quali si ritirano di tanto in tanto nella fortezza della Tradizione Interiore per dare la scalata alle vette dello Spirito" Primo Siena

giovedì 28 aprile 2011

Siamo tutti portoghesi

Il Portogallo ha deciso di piegarsi alle frustate sempre più ravvicinate che il "sistema" gli sta infliggendo, per ultima la svalutazione della Agenzia Standard e Poor's che agisce come un cane da caccia ben addestrato che ad un certo momento punta la sua preda indicandola ai cacciatori. Uno di questi, il FMI, immediatamente interviene per proporsi di intervenire prestando, naturalmente a interessi salati, i soldi necessari a salvare le banche del disgraziato paese caduto nell'ultima battuta di caccia di WallStreet. Se non il FMI, interviene la Unione Europea che ha costituito un fondo apposta per queste evenienze. La prossima prevista sarà la Spagna. E poi probabilmente l'Italia quando si saranno fatti sentire nel Bel Paese gli effetti devastanti della crisi libica (venti miliardi in meno di interscambio ed effetti della immigrazione). E poi probabilmente l'Italia quando si saranno fatti sentire nel Bel Paese gli effetti devastanti della crisi libica (venti miliardi in meno di interscambio ed effetti della immigrazione).
Le condizioni per i portoghesi saranno durissime e del tutto simili a quelle che hanno dovuto subire gli irlandesi ed i greci. Dovranno avere sempre meno welfare per tutti i servizi sociali e per le pensioni. Ridurre i salari specialmente quelli pubblici. Insomma impoverirsi e fare la corsa all'indietro: il progresso è diventato soltanto regresso, la marcia del gambero, un ritrovarsi sempre più poveri e pazzi nonostante il miglioramento della produzione, delle esportazioni di tutto.
Si ha l'impressione sgradevole ed allarmante che queste crisi finanziarie siano programmate e che si facciano scoppiare al momento più acconcio. In effetti è da tempo che si parla di PIGS e qualcuno propone una revisione dell'Europa facendone due o tre a "velocità" diverse". Le misure finora proposte dai governi europei per stabilizzare il sistema sono tutte insufficienti e non tolgono il pallino dalle mani degli speculatori. Bisognerebbe vietare la negoziazione dei titoli di Stato assicurandone un rendimento costante e fisso. Abolire le agenzie di rating che hanno assunto un ruolo di killeraggio troppo evidente negli ultimi anni. Nazionalizzare il sistema bancario e vietare la vendita dei derivati. Insomma evitare tutta la speculazione cartacea sulla moneta. Disincentivare gli operatori di banca dalla speculazione su titoli di depositi o altro.
A volte si ha l'impressione che ci troviamo difronte ad una sorta di caccia grossa agli Stati fatta con strumenti diversi: l'Irak, l'Afghanistan, il Pakistan, la Libia, la Costa d'Avorio, la Somalia vengono "trattate" con bombardamenti ed occupazioni militari; Irlanda, Portogallo, Grecia con il fallimento finanziario. L'Irak e la Libia sono state depredate delle loro ricchezze valutarie e le loro risorse energetiche messe sotto controllo.
L'Unione Europea alla quale si sottraggono molte politiche di Francia, Inghilterra e Germania, sta diventando sempre di più una trappola. La regola di Maastricht è diventata un cappio al collo che non si può evitare soltanto con deroghe all'indebitamento. La regola di Maastrict è la causa della crescente asocialità delle politiche europee che caricano sul lavoro dipendente, sulla regressione giuridica dei lavoratori e sullo impoverimento della qualità della vita sociale il peso degli arricchimenti delle classi dominanti e proprietarie fatte non solo di imprenditori ma di dirigenti che guadagnano stipendi strepitosi come Marchionne o Geronzi.
Questa Europa piace sempre meno e sta diventando ossessiva ed oppressiva. Aderisce ad un organismo come la Nato che agisce sempre di più come strumento di aggressione e di imposizione della pax mafiosa degli USA; non ha al suo interno regole che consentano investimenti ed una politica di crescita equilibrata delle zone meno sviluppate. Ha fatto della Polonia, della Romania, e di tutti i paesi provenienti dal Comecon colonie per la delocalizzazione delle industrie decotte dell'Ovest e dove praticare salari di fame. Le forze del lavoro europeo sono state usate come masse di manovra per indebolirne la dignità giuridica e sociale. La sinistra non c'è più e quando c'è, come in Francia, presenta programmi che non si contrappongono al fanatismo liberista imperante.
La meta prossima della regola liberista imperante in Europa è la proletarizzazione di mezzo miliardo di cittadini ridotti al livello medio degli USA che oggi è più o meno povero come negli anni trenta. Questa regola liberista distrugge la mobilità sociale verso l'alto e nel stabilisce una soltanto verso l'inferno della miseria. Serve a creare una casta di supermiliardari capaci di controllare le istituzioni della democrazia. Il mercato sopra di tutti. Basti vedere l'insistenza con la quale si va avanti sulla strada della privatizzazione della acqua per comprendere come la resistenza delle democrazie al potere economico si riduce sempre di più.
Abbiamo bisogno di recuperare al controllo pubblico le banche e settori fondamentali della industria. Il capitalismo è nemico del bene comune.

Pietro Ancona

fonte: http://www.identitaeuropea.it/portogallo.html


domenica 24 aprile 2011

Vide e credette

Omelia della Santa Messa del giorno di Pasqua

Genova, Cattedrale di San Lorenzo,
24 aprile 2011


Carissimi Fratelli e Sorelle

La luce della Pasqua è sorta sul mondo, ma il mondo sembra così distratto e indifferente da non sussultare di gioia. Noi non vogliamo essere cristiani sonnolenti e stanchi, ma desideriamo gustare la gioia cristiana: è un atto di giustizia verso Dio che ci ha fatto il grande dono della fede, è un dovere verso noi stessi assetati di luce, è un servizio all'umanità che cerca disperatamente il perché del suo vivere e morire.

Per questo, nel cuore della Liturgia, intendiamo porre particolare attenzione alla figura del giovane discepolo – quello che Gesù amava – per cogliere nei suoi gesti e nelle sue parole qualcosa per noi. Non sfugge il suo rispetto, la devozione che mostra verso Pietro, capo del Collegio apostolico: egli, più giovane e veloce, non entra nella tomba, ma attende Pietro: "allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette". E qui ci prende un senso di santa invidia: se anche noi avessimo potuto entrare e vedere per poter credere! Come se poter vedere fosse indispensabile per avere la fede. Giovanni, nello spazio di pochissimo tempo, ha fatto nell'anima un lungo percorso: dal vedere la tomba vuota è salito fino a credere in Gesù Risorto. Quante brevi considerazioni possiamo fare sulle parole sobrie del Vangelo.

Innanzitutto ricordiamo che nella nostra comprensibile invidia vi può essere un pregiudizio oggi molto diffuso e radicato: che la realtà è riducibile tutta alle evidenze o alle prove empiriche, a ciò che possiamo vedere e toccare. Ma l'amore, ad esempio, lo possiamo ridurre così? Ne vediamo i segni e le opere, ma della sua radice, che è spirituale e interiore, che cosa è possibile vedere e toccare? Quale visione riduttiva della realtà e quale mondo povero se tutto si riducesse alla conoscenza materiale! Anche per questo il Santo Padre Benedetto XVI non si stanca di esortare tutti ad ampliare i confini della ragione umana, perché non sia usata solo per indagare il mondo sensibile al fine di conoscerlo e usarlo, ma anche per interrogarsi sul perché vero delle cose, dell'uomo, dell'anima, della vita e della morte. Per porsi la domanda decisiva che la cultura odierna elude: che cosa ci sarà dopo la morte? Cos'è il bene?


Ma, inoltre, anche noi possiamo vedere qualcosa di Gesù risorto: vederlo attraverso gli occhi di Giovanni. I suoi occhi possono essere i nostri se lo vogliamo, se apriamo il cuore alla fiducia, senza la quale nessun essere umano può vivere. La fiducia appartiene alla trama fondamentale della vita, ne è una fibra inevitabile. E l'Apostolo Giovanni è affidabile avendo, la sua figura come quella degli altri Apostoli, attraversato il crogiuolo delle indagini neppure sempre benevoli di secoli. E' così che possiamo rientrare anche noi nella beatitudine di Gesù quando rimprovera dolcemente l'ostinazione di Tommaso che non vuole fidarsi della testimonianza dei suoi fratelli: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29). Oh, come siamo riconoscenti a Giovanni, ma anche a Tommaso: alla corsa rapida del primo verso la fede, e alla resistenza ostinata e incredula del secondo! Voi, Apostoli e Maestri nostri, fratelli e discepoli del Risorto, ci sostenete nel nostro pellegrinaggio.


Ma non possiamo tacere una parola ancora. E' sempre Giovanni che riporta il divino Maestro: "Io sono il pane della vita (...) chi crede in me non avrà più sete". Ecco un altro modo perché anche noi possiamo, come il giovane discepolo, vedere e credere. La fede ha un rapporto virtuoso e mai concluso tra i due termini: si vede per credere e si crede per vedere. Nella misura in cui noi crediamo a Gesù lo vedremo, ma non come una proiezione dei nostri desideri, ma nell'effetto della sua reale presenza, del suo essere con noi risorto e vivo: e l'effetto, il segno che Lui è risorto, è che non avremo più sete. Quante sono le seti del mondo lo sappiamo e conosciamo anche le nostre, quelle palesi e quelle nascoste che a volte neppure a noi stessi confessiamo. Ma, al di là di tutto, ogni uomo ha sete di felicità, di vita, di amore. E nessuna esperienza terrena, per quanto bella e nobile, può riempire il cuore. Manca sempre qualcosa, manca sempre il "per sempre" che è proprio solo di Dio. Gesù ci assicura che non avremo più sete se crediamo in Lui, se a Lui ci affidiamo anche quando siamo nell'orto del Getzemani, anche quando non capiamo il perché di certi drammi personali, sociali, mondiali. E' forse questa la via migliore per vederlo radioso e vivo oltre la grande pietra del sepolcro, vivo e presente nel mondo, sempre alla ricerca dell'uomo smarrito e incerto, presente e vivo nella sua Chiesa. Grazie Chiesa Santa di Dio, continuamente purificata dal sangue del tuo Sposo: noi ti amiamo perché ci parli di Lui, ci porti a Lui. Noi ti ringraziamo perché con te, Madre, possiamo avere Dio come Padre.


Ecco la nostra via, cari Amici, la nostra via per vedere: è quella di vedere con gli occhi degli Apostoli, è quella di credere al Risorto per vederLo nei segni – a volte delicati e intimi, a volte grandiosi e visibili – della sua vivente presenza. La buona Pasqua sia dunque questa: vedere i segni del Risorto presenti nelle nostre anime, attorno a noi, nel mondo, perché la gioia cresca e l'amore puro dilaghi.

domenica 27 marzo 2011

Il terrorismo laicista contro Roberto De Mattei

Roberto De Mattei parla su Radio Maria del senso escatologico del sisma in Giappone. Una petizione online chiede le sue dimissioni. Il filosofo della scienza Stefano Moriggi: "Le sue idee incompatibili con la carica che ricopre".
“Le grandi catastrofi sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio” e “sono talora esigenza della sua giustizia della quale sono giusti castighi”. Monsignor Orazio Mazzella, arcivescovo di Rossano Calabro lo scriveva all’indomani del terremoto di Messina del 1908. 
Il 16 marzo scorso, infatti, nel corso della tramissione ‘Radici cristiane’ su Radio Maria, il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) Roberto De Mattei ha citato a più riprese lo scritto di Mazzella per spiegare agli ascoltatori il senso escatologico dello tsunami in Giappone.


Non entriamo nell'interpretazione del volere divino sui cataclismi, ma ci sentiamo di citare una frase del Cardinale Angelo Bagnasco durante una sua catechesi: "La morte è un male, ma non è il peggiore". 
Contro De Mattei si è schierata tutta la lobby scientista e laicista, che in Italia è comandata dalla testata giacobina "Il Fatto Quotidiano" e dal filosofo (???) della scienza (quale scienza?) Stefano Moriggi.  Non è la prima volta che De Mattei finisce al centro delle polemiche. Nel 2009 il Cnr ha pubblicato “Evoluzionismo. Il tramonto di un’ipotesi” (Cantagalli). De Mattei aveva affermato di trovare “incredibilmente incoerente che ci si possa dichiarare cristiani ed evoluzionisti” e che “Adamo ed Eva sono personaggi storici e progenitori dell’ umanità”. Sulla prima affermazione del prof. De Mattei non possiamo che essere d'accordo, sulla seconda ci sarebbero da fare delle puntualizzazioni di carattere simbolico e tradizionale, più che storico.

Le lobbies scientista e laicista millantano di difendere la libertà e il progresso, quando invece incitano sempre di più all'odio e all'intolleranza, in particolare verso chi ha un credo cristiano. Costoro dovrebbero rileggersi l'art. 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, sancita dalle Nazioni Unite nel 1948; ciò presupponendo che riconoscano almeno le Nazioni Unite come la massima autorità mondiale, ma anche su questo abbiamo qualche dubbio. Vediamo cosa sancisce l'art.18:
"Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, in pubblico o in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti." [1]
In coerenza coi principii della democrazia, il prof. De Mattei aveva e ha tutto il diritto di dire esprimere il proprio pensiero, anche nella sfera pubblica.
Lasciamo ai posteri e anche al Tremendus Iudex l'ardua sentenza.

[1] www.amnesty.it

sabato 19 marzo 2011

IL PROBLEMA NON E' IL 17 MARZO, MA UNA RIFLESSIONE CHE MANCA

Articolo di Luca De Netto

 

Nel rispetto delle sensibilità e delle convinzioni di ognuno - soprattutto di chi proviene da percorsi impegnativi, sentiti, e si è nutrito di determinati valori - sarebbe stata opportuna una riflessione maggiore sull'istituzione del 17 marzo come festa nazionale. Infatti, non si può dar torto a quei leghisti ragionevoli, quando sostengono che nel Paese la questione delle celebrazioni per il 150° dell'unificazione statale della Penisola italiana, viene avvertita con accezioni differenti.
Ed i termini non sono casuali. Parliamo infatti di unificazione statale proprio perché già da diversi secoli il territorio italico era unito da un idem sentire, ossia da quella che in molti hanno definito nazione culturale. E già questo porrebbe degli interrogativi su cui riflettere: il 17 marzo 1861, infatti, non è stato e non poteva assolutamente essere l'atto di nascita dell'Italia, così come è erroneo pensare che la nazione italiana sia venuta al mondo con il Risorgimento. Ma poi, festeggiare che cosa esattamente? L'annessione dei diversi territori al Piemonte sabaudo? Il fatto che al posto di diversi regni italici, liberi, cattolici e popolari, ne è stato sostituito uno, anti-cristiano ed asservito, quello si, a potenze straniere? La creazione di uno stato-nazione unitario sul modello giacobino? Insomma, nessuno ancora ce lo ha spiegato bene…
In realtà, l'occasione del 150° va sfruttata diversamente: partendo da un sano e doveroso revisionismo sul risorgimento e sui danni culturali da esso prodotti (Vittorio Messori ha scritto belle pagine sul tema), il discorso va esteso alle modalità dell'unificazione (la letteratura comincia ad essere abbondante) e all'esigenza di riscoprire una identità italiana ben più antica rispetto a quella propagandata dai vari Garibaldi, Mazzini e via dicendo. Davvero siamo così masochisti e così poco innamorati della nostra Patria, per ignorare tutto quello che c'era prima del 1861 e fissare a questa data l'atto di nascita dell'Italia? Solo un secolo e mezzo di storia, con le sue luci e le sue ombre, ci apparterrebbe come italiani? La verità è che si può e si deve rafforzare l'italianità partendo dalle sue radici più autentiche ed antiche, e questo comporta, necessariamente, rivedere la vulgata ufficiale sul periodo risorgimentale. Ma poi, "risorgere" da cosa? Prima di questa ideologia eravamo per caso morti? E Dante? Machiavelli? Giotto? San Francesco? Federico II? Soltanto ironizzando su un grande abuso di sostanze allucinogene, è possibile comprendere che qualcuno, davanti al fatto incontestabile che gli italiani e la cultura nazionale dominavano sull'intera Europa – e non solo – per secoli, abbia poi parlato di popolo "calpesto e deriso"… Ma quando? Dove? Da chi? Eravamo l'Italia dei mille territori, delle Università, della Cultura, dell'Arte, del Diritto, dell'Impero, della Chiesa…
Altro che derisi: rispettati ed invidiati, questo eravamo! E tutti ci consideravano per quello che eravamo, ossia italiani. Certo, italiani del Regno di Sicilia, o italiani del Piemonte, italiani della Repubblica Veneta o Italiani dello Stato Pontificio. Ma italiani comunque. Insomma, si dovrebbe, tenendo presente – limitandola certamente - l'esigenza tutta territoriale leghista, fare un discorso squisitamente complessivo e nazionale, sì da uscire da un lato dalla retorica che non sarebbe compresa da nessuno e che andrebbe a cozzarsi con la realtà storica, e dall'altro per non incorrere in fenomeni di nostalgie, di revanscismi o di egoismi di parte. Solo a quel punto, si potrebbe decidere una data, anche lo stesso 17 marzo, che sancisca l'appartenenza ad una Patria, l'orgoglio di essere italiani, la capacità di fare sintesi tra le tante diversità. Non è detto che questa linea passi, perché il discorso culturale sul punto è complesso, cozza con decenni di propaganda, e forti sono le pressioni di chi - sinistra e finiani in testa - non ha che come riferimento culturale il patriottismo risorgimentale e costituzionale, ossia quanto di più anti-tradizionale possa essere stato impiantato in Italia. E quanto di più vuoto e grigio possa percepire il popolo reale.
Anche se, ad onor del vero, c'è chi anche a destra in quei valori ha creduto, ci crede, e con passione porta avanti la propria visione del mondo. Per uscire dall'empasse senza lacerazioni , però, se proprio non si riesce ad avviare un approfondimento condiviso, la soluzione potrebbe essere demandata alle amministrazioni locali e alle realtà associative, perché non sarà certo una festa in più o in meno, se improvvisata, a modificare i termini della questione. I territori, infatti, dovrebbero essere le sedi più consone per raccogliere certe sensibilità e ricostruire la storia partendo dai fatti, ed al contempo avvertire l'esigenza di un qualcosa che unisca, che coordini, che abbracci: l'Italia, appunto. Ed è li che la natio deve farsi sentire, pulsare, vivere.
Eccola l'Italia reale, la nostra Patria, quella vera, e non quella raccontata per troppo tempo nel libro Cuore.

 

venerdì 11 marzo 2011

Il lavoro nobilita l’uomo…(e lo rende simile alle bestie?!!)

E’ con puro spirito catartico che mi appresto a vergare - seppur virtualmente - queste bianche pagine di Word; al solo scopo di consentire - così come si fa con la pentola sul fuoco, quando si favorisce la fuoriuscita di quel poco di pressione che sarebbe pericoloso e incontrollabile lasciar affiorare in un sol colpo all’apertura del coperchio – una riduzione significativa del mio stato di agitazione e talvolta di rabbia. Per evitare “l’esplosione” o più facilmente “l’implosione”…
Non so se qualcuno avrà accesso a queste mie righe; mi auto assolvo sin d’ora pertanto, se la prosa non sarà particolarmente curata come magari sarei in grado di fare.
L’obiettivo vuole essere chiaro e dichiarato sin dal principio: quali sono le ragioni vere, profonde e ultime del disagio, che  - palesato talvolta da evidenze di carattere  psicofisico (insonnia, mal di stomaco, ansia, tristezza immotivata, paura del futuro…) -  si manifesta oggi in un numero sempre maggiore di persone, a proposito della propria condizione lavorativa?
E’ giusto di questa mattina l’importante presa di posizione di Papa Bendetto XVI, Che, nel corso dell’Angelus di domenica 27 febbraio 2011, così si è espresso:
“La fede nella Provvidenza non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani”
E’ a partire da una lettura seria e approfonite di questa affermazione che provo ad argomentare il mio pensiero.
Il lavoro nobilita l’uomo.
Questa frase, attribuita normalmente a Charles Darwin (1809-1882), segna probabilmente l’inizio di un’era, tutt’ora in corso, che ha mutato concezioni e modi di pensare e di agire che erano stati invece connaturati negli uomini per secoli.
Beh, probabilmente non ci si poteva aspettare molto di più da chi ha provato per tutta la vita (tutt’ora senza validazione scientifica…), a dimostrarci che discendiamo dagli scimmioni, mancando di spiegarci dove sta questo benedetto (o maledetto), anello di congiunzione (che a scadenze prefissate torna sulle cronache e le prime pagine dei TG, salvo poi scomparire mestamente come l’ennesima bufala); e senza chiarirci peraltro come mai, i suddetti scimmioni continuino a esistere oggi, a fianco dell’homo sapiens sapiens.
Nei secoli passati, dire che il lavoro nobilita l’uomo, sarebbe stato certamente inteso come segnale di pazzia o di possessione diabolica…
Me lo immagino il contadino, ricurvo su se stesso dopo 12 ore di lavoro nei campi, recarsi dal latifondista di turno e ricordargli che “il lavoro nobilita l’uomo”… Senz’altro sarebbe stato chiamato il prete per abbozzare un esorcismo.
Già, i preti, i monaci meglio. Proviamo a sfatare un’altra leggenda. Tutti conoscono la Regola benedettina dell’Ora et labora. Prega e lavora, appunto.
E’ evidente che, in un’ottica religiosa ed escatologica, questo aveva un senso profondo. La giornata era tutta dedicata a Dio, verso il quale si rivolgevano preghiere – sin dalla mattina presto - , e per il quale si lavorava assiduamente. Il lavoro era una specie di prolungamento della preghiera, in linea con i Padri del deserto che esortavano i monaci a pregare anche durante il lavoro. Rispondeva inoltre al non secondario bisogno di procurarsi il necessario alla sopravvivenza. E’ stato infine grazie al lavoro dei monaci che ci sono pervenute le più importanti opere storiche e letterarie, oltre che artistiche, del passato.
Lo stesso noto e più volte citato passaggio di San Paolo (Tessalonicesi 2 – 3,10), “chi non vuol lavorare neppure mangi”, se rappresenta senz’altro una conferma della “responsabilità individuale” di ciascuno a provvedere al proprio sostentamento, non costituisce certo, a mio avviso, una apologia acritica e indiscriminata del “lavoro” come strumento “salvifico”.
Intendo dire: è doveroso lavorare e procurarsi con il sudore della fronte ciò di cui ha bisogno, per l’uomo macchiato dal peccato originale. Ma questo non significa, in virtù di qualche erroneo sillogismo, derivarne una esaltazione del lavoro…
Più esplicitamente ancora: ci tocca lavorare per vivere, e questo siamo tenuti a fare.
E comunque, il nobile, per definizione, NON ha mai lavorato.
Il lavoro è indispensabile per la realizzazione dell’uomo?
Così si sente dire spesso, soprattutto da parte di chi, dal lavoro… degli altri… trae vantaggi economici, sociali, di prestigio, quando non addirittura giustificazioni mistico religiose che lo convincono che sta operando per un Bene più grande.
Cosa si intende per realizzazione dell’uomo?
Mi piace citare un bellissimo passaggio di Peguy (L’argent, 1914) a proposito del lavoro:
Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto”
.

Ebbene rifletto da tempo su queste righe, condividendole in pieno, chiedendomi però come sia possibile applicarle oggi, 2011, nella Società odierna.
Come può un addetto al call center “coltivare un onore assoluto” mentre risponde a utenti imbizzarriti perché il decoder è fuori uso e non consente di vedere l’ avvincente puntata de “Il Grande fratello”; oppure come può riuscire un addetto alle vendite di qualche fumosa azienda di servizi, misurato esclusivamente sui ricavi portati o sulle quote di mercato rubate alla concorrenza, riuscire a convincersi che “(la gamba della sedia)…non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario (…) doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura”.
Sempre più facilmente, oggi, si lavora perché costretti a farlo. Per mangiare, per avere un tetto sotto cui dormire… Si è vero, ma sempre più spesso ci troviamo a “fare un lavoro che non ci piace per comprarci cose che non ci servono” come dice Tyler, il protagonista di Fight Club (il cult movie anni’90 con Brad Pitt e Edward Norton).
“La fede nella Provvidenza non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani” ha detto Papa Benedetto XVI questa mattina. Non credo si possa interpretare questa affermazione come una esaltazione del “lavoro” come fine a se stesso. Ma semmai come una esortazione a non farsi sopraffare (e mai come in questo periodo il rischio è concreto), da un’idea di predestinazione, assunta la quale diventa inutile “lottare” e darsi da fare. Superfluo credo sottolineare l’idea di libero arbitrio, distintiva e differenziale per noi cattolici, che non permette a nessuno di trincerarsi dietro uno sconfortante “eh…colpa del destino!”
Intendo piuttosto dire che è privilegio di pochi poter fare un lavoro in grado di suscitare pensieri come quelli magistralmente narrati da Peguy nella citazione sopra riportata. E non mi riferisco, come si potrebbe immaginare, ad attori o cantanti strapagati, spesso con problematiche ben superiori a quelle del comune uomo della strada. Penso invece a chi, come per l’appunto nella pagina di Peguy in oggetto, grazie a una occupazione di tipo artigianale, davvero può percepire queste finezze. Il falegname che “crea” una libreria “fuori standard”, tale da inserirsi al millimetro nel piccolo appartamento del Cliente che ancora (…antico lui…!), vuole conservare qualche decina di libri. Oppure al chirurgo che con l’opera della sua mente e delle sue mani salva quotidianamente la vita alle persone.

Ipotesi future
Quali prospettive allora per il futuro?
Rassegnarsi a una esistenza triste, senza soddisfazioni, come gli schiavi appunto?
Oppure cercare altrove una realizzazione che solo pochi riescono a trarre dal proprio lavoro?
E’ inevitabile che alla lunga, anche questo, come ogni ragionamento che sia degno di questo nome, se esasperato dal punto di vista logico, non possa che portare a pensare in termini “ultimi”, escatologici per i più dotti.
Per quale ragione ci troviamo su questa Terra? Qual è il nostro Progetto? E dove finiremo una volta trapassati?
Non credo di fare azzardi logici se affermo che, in un’ultima analisi, ragionare sul “lavoro” comporti anche ragionare su questo tipo di tematiche.
Invece sempre più spesso sento (s)parlare  - a proposito del “lavoro” - di nuove vision, di  individuazione del proprio ruolo nel mondo, di rispetto per le generazioni future.
Il “lavoro” inteso appunto come strumento di realizzazione per l’Uomo.
Rimango turbato quando sento fare certi accostamenti.
E, attraverso la tastiera del mio PC, li contesto. Si perché non posso permettermi di farlo coram populo, ne andrebbe – appunto – del mio mezzo di sostentamento!
Cosa faresti se potessi vivere di rendita e scegliere davvero, in base alle tue inclinazioni, cosa fare del tempo che il Signore ti vorrà concedere? Sarà capitato a molti di fare questi pensieri…a me capita spesso! Ebbene, personalmente leggerei, studierei, approfondirei tematiche storiche e letterarie che negli anni del liceo ho solo sfiorato (e, diciamola tutta, nemmeno tanto apprezzato…erano un obbligo!). Scriverei senz’altro, per me sia inteso, nessuna velleità giornalistico/letteraria (pubblicista lo sono già stato anni fa…senza particolare soddisfazione nel raccontare, annoiato, di patetici consigli comunali del mio comune, piuttosto che di improbabili corsi di campana tibetana organizzati dal circolo culturale di turno…).
E allora qual è, oggi, la conclusione? Lavoro per vivere, e leggo, studio, approfondisco, scrivo…per diletto, o meglio per “sopravvivere”...
Nella speranza, un giorno, di poter raggiungere un bilanciamento così perfetto, da poter invertire sia i fattori che il risultato finale…
Vana illusione la mia, dettata da un momento di sconforto, che presto sarà sostituita da più terrene aspirazioni?
Non ne ho idea…so solo che in questa ora abbondante trascorsa davanti al PC mi sono sentito davvero bene, e per un momento il mal di stomaco è scomparso!
Devo prenderla come un “segno divino”?

Roberto Solcia

mercoledì 16 febbraio 2011

«Il cammino sicuro per la santità»

Dall'udienza di Sua Santità, Papa Benedetto XVI
mercoledì 16 febbraio 2011
Cari fratelli e sorelle,
due settimane fa ho presentato la figura della grande mistica spagnola Teresa di Gesù. Oggi vorrei parlare di un altro importante Santo di quelle terre, amico spirituale di santa Teresa, riformatore, insieme a lei, della famiglia religiosa carmelitana: san Giovanni della Croce, proclamato Dottore della Chiesa dal Papa Pio XI, nel 1926, e soprannominato nella tradizione Doctor mysticus, "Dottore mistico".

Giovanni della Croce nacque nel 1542 nel piccolo villaggio di Fontiveros, vicino ad Avila, nella Vecchia Castiglia, da Gonzalo de Yepes e Catalina Alvarez. La famiglia era poverissima, perché il padre, di nobile origine toledana, era stato cacciato di casa e diseredato per aver sposato Catalina, un'umile tessitrice di seta. Orfano di padre in tenera età, Giovanni, a nove anni, si trasferì, con la madre e il fratello Francisco, a Medina del Campo, vicino a Valladolid, centro commerciale e culturale. Qui frequentò il Colegio de los Doctrinos, svolgendo anche alcuni umili lavori per le suore della chiesa-convento della Maddalena. Successivamente, date le sue qualità umane e i suoi risultati negli studi, venne ammesso prima come infermiere nell'Ospedale della Concezione, poi nel Collegio dei Gesuiti, appena fondato a Medina del Campo: qui Giovanni entrò diciottenne e studiò per tre anni scienze umane, retorica e lingue classiche. Alla fine della formazione, egli aveva ben chiara la propria vocazione: la vita religiosa e, tra i tanti ordini presenti a Medina, si sentì chiamato al Carmelo.

Nell’estate del 1563 iniziò il noviziato presso i Carmelitani della città, assumendo il nome religioso di Mattia. L’anno seguente venne destinato alla prestigiosa Università di Salamanca, dove studiò per un triennio arti e filosofia. Nel 1567 fu ordinato sacerdote e ritornò a Medina del Campo per celebrare la sua Prima Messa circondato dall'affetto dei famigliari. Proprio qui avvenne il primo incontro tra Giovanni e Teresa di Gesù. L’incontro fu decisivo per entrambi: Teresa gli espose il suo piano di riforma del Carmelo anche nel ramo maschile dell'Ordine e propose a Giovanni di aderirvi "per maggior gloria di Dio"; il giovane sacerdote fu affascinato dalle idee di Teresa, tanto da diventare un grande sostenitore del progetto. I due lavorarono insieme alcuni mesi, condividendo ideali e proposte per inaugurare al più presto possibile la prima casa di Carmelitani Scalzi: l’apertura avvenne il 28 dicembre 1568 a Duruelo, luogo solitario della provincia di Avila. Con Giovanni formavano questa prima comunità maschile riformata altri tre compagni. Nel rinnovare la loro professione religiosa secondo la Regola primitiva, i quattro adottarono un nuovo nome: Giovanni si chiamò allora "della Croce", come sarà poi universalmente conosciuto. Alla fine del 1572, su richiesta di santa Teresa, divenne confessore e vicario del monastero dell’Incarnazione di Avila, dove la Santa era priora. Furono anni di stretta collaborazione e amicizia spirituale, che arricchì entrambi. ! quel periodo risalgono anche le più importanti opere teresiane e i primi scritti di Giovanni.

L’adesione alla riforma carmelitana non fu facile e costò a Giovanni anche gravi sofferenze. L’episodio più traumatico fu, nel 1577, il suo rapimento e la sua incarcerazione nel convento dei Carmelitani dell'Antica Osservanza di Toledo, a seguito di una ingiusta accusa. Il Santo rimase imprigionato per mesi, sottoposto a privazioni e costrizioni fisiche e morali. Qui compose, insieme ad altre poesie, il celebre Cantico spirituale. Finalmente, nella notte tra il 16 e il 17 agosto 1578, riuscì a fuggire in modo avventuroso, riparandosi nel monastero delle Carmelitane Scalze della città. Santa Teresa e i compagni riformati celebrarono con immensa gioia la sua liberazione e, dopo un breve tempo di recupero delle forze, Giovanni fu destinato in Andalusia, dove trascorse dieci anni in vari conventi, specialmente a Granada. Assunse incarichi sempre più importanti nell'Ordine, fino a diventare Vicario Provinciale, e completò la stesura dei suoi trattati spirituali. Tornò poi nella sua terra natale, come membro del governo generale della famiglia religiosa teresiana, che godeva ormai di piena autonomia giuridica. Abitò nel Carmelo di Segovia, svolgendo l'ufficio di superiore di quella comunità. Nel 1591 fu sollevato da ogni responsabilità e destinato alla nuova Provincia religiosa del Messico. Mentre si preparava per il lungo viaggio con altri dieci compagni, si ritirò in un convento solitario vicino a Jaén, dove si ammalò gravemente. Giovanni affrontò con esemplare serenità e pazienza enormi sofferenze. Morì nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1591, mentre i confratelli recitavano l'Ufficio mattutino. Si congedò da essi dicendo: "Oggi vado a cantare l'Ufficio in cielo". I suoi resti mortali furono traslati a Segovia. Venne beatificato da Clemente X nel 1675 e canonizzato da Benedetto XIII nel 1726.

Giovanni è considerato uno dei più importanti poeti lirici della letteratura spagnola. Le opere maggiori sono quattro: Ascesa al Monte Carmelo, Notte oscura, Cantico spirituale e Fiamma d'amor viva.
Nel Cantico spirituale, san Giovanni presenta il cammino di purificazione dell’anima, e cioè il progressivo possesso gioioso di Dio, finché l’anima perviene a sentire che ama Dio con lo stesso amore con cui è amata da Lui. La Fiamma d'amor viva prosegue in questa prospettiva, descrivendo più in dettaglio lo stato di unione trasformante con Dio. Il paragone utilizzato da Giovanni è sempre quello del fuoco: come il fuoco quanto più arde e consuma il legno, tanto più si fa incandescente fino a diventare fiamma, così lo Spirito Santo, che durante la notte oscura purifica e "pulisce" l'anima, col tempo la illumina e la scalda come se fosse una fiamma. La vita dell'anima è una continua festa dello Spirito Santo, che lascia intravedere la gloria dell'unione con Dio nell'eternità.

L’Ascesa al Monte Carmelo presenta l'itinerario spirituale dal punto di vista della purificazione progressiva dell'anima, necessaria per scalare la vetta della perfezione cristiana, simboleggiata dalla cima del Monte Carmelo. Tale purificazione è proposta come un cammino che l’uomo intraprende, collaborando con l'azione divina, per liberare l'anima da ogni attaccamento o affetto contrario alla volontà di Dio. La purificazione, che per giungere all'unione d’amore con Dio dev’essere totale, inizia da quella della vita dei sensi e prosegue con quella che si ottiene per mezzo delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, che purificano l'intenzione, la memoria e la volontà. La Notte oscura descrive l'aspetto "passivo", ossia l'intervento di Dio in questo processo di "purificazione" dell'anima. Lo sforzo umano, infatti, è incapace da solo di arrivare fino alle radici profonde delle inclinazioni e delle abitudini cattive della persona: le può solo frenare, ma non sradicarle completamente. Per farlo, è necessaria l’azione speciale di Dio che purifica radicalmente lo spirito e lo dispone all'unione d'amore con Lui. San Giovanni definisce "passiva" tale purificazione, proprio perché, pur accettata dall'anima, è realizzata dall’azione misteriosa dello Spirito Santo che, come fiamma di fuoco, consuma ogni impurità. In questo stato, l’anima è sottoposta ad ogni genere di prove, come se si trovasse in una notte oscura.

Queste indicazioni sulle opere principali del Santo ci aiutano ad avvicinarci ai punti salienti della sua vasta e profonda dottrina mistica, il cui scopo è descrivere un cammino sicuro per giungere alla santità, lo stato di perfezione cui Dio chiama tutti noi. Secondo Giovanni della Croce, tutto quello che esiste, creato da Dio, è buono. Attraverso le creature, noi possiamo pervenire alla scoperta di Colui che in esse ha lasciato una traccia di sé. La fede, comunque, è l’unica fonte donata all'uomo per conoscere Dio così come Egli è in se stesso, come Dio Uno e Trino. Tutto quello che Dio voleva comunicare all'uomo, lo ha detto in Gesù Cristo, la sua Parola fatta carne. Gesù Cristo è l’unica e definitiva via al Padre (cfr Gv 14,6). Qualsiasi cosa creata è nulla in confronto a Dio e nulla vale al di fuori di Lui: di conseguenza, per giungere all'amore perfetto di Dio, ogni altro amore deve conformarsi in Cristo all’amore divino. Da qui deriva l'insistenza di san Giovanni della Croce sulla necessità della purificazione e dello svuotamento interiore per trasformarsi in Dio, che è la meta unica della perfezione. Questa "purificazione" non consiste nella semplice mancanza fisica delle cose o del loro uso; quello che rende l'anima pura e libera, invece, è eliminare ogni dipendenza disordinata dalle cose. Tutto va collocato in Dio come centro e fine della vita. Il lungo e faticoso processo di purificazione esige certo lo sforzo personale, ma il vero protagonista è Dio: tutto quello che l'uomo può fare è "disporsi", essere aperto all'azione divina e non porle ostacoli. Vivendo le virtù teologali, l’uomo si eleva e dà valore al proprio impegno. Il ritmo di crescita della fede, della speranza e della carità va di pari passo con l’opera di purificazione e con la progressiva unione con Dio fino a trasformarsi in Lui. Quando si giunge a questa meta, l'anima si immerge nella stessa vita trinitaria, così che san Giovanni afferma che essa giunge ad amare Dio con il medesimo amore con cui Egli la ama, perché la ama nello Spirito Santo. Ecco perché il Dottore Mistico sostiene che non esiste vera unione d’amore con Dio se non culmina nell’unione trinitaria. In questo stato supremo l'anima santa conosce tutto in Dio e non deve più passare attraverso le creature per arrivare a Lui. L’anima si sente ormai inondata dall'amore divino e si rallegra completamente in esso.

Cari fratelli e sorelle, alla fine rimane la questione: questo santo con la sua alta mistica, con questo arduo cammino verso la cima della perfezione ha da dire qualcosa anche a noi, al cristiano normale che vive nelle circostanze di questa vita di oggi, o è un esempio, un modello solo per poche anime elette che possono realmente intraprendere questa via della purificazione, dell'ascesa mistica? Per trovare la risposta dobbiamo innanzitutto tenere presente che la vita di san Giovanni della Croce non è stata un "volare sulle nuvole mistiche", ma è stata una vita molto dura, molto pratica e concreta, sia da riformatore dell'ordine, dove incontrò tante opposizioni, sia da superiore provinciale, sia nel carcere dei suoi confratelli, dove era esposto a insulti incredibili e a maltrattamenti fisici. E’ stata una vita dura, ma proprio nei mesi passati in carcere egli ha scritto una delle sue opere più belle. E così possiamo capire che il cammino con Cristo, l'andare con Cristo, "la Via", non è un peso aggiunto al già sufficientemente duro fardello della nostra vita, non è qualcosa che renderebbe ancora più pesante questo fardello, ma è una cosa del tutto diversa, è una luce, una forza, che ci aiuta a portare questo fardello. Se un uomo reca in sé un grande amore, questo amore gli dà quasi ali, e sopporta più facilmente tutte le molestie della vita, perché porta in sé questa grande luce; questa è la fede: essere amato da Dio e lasciarsi amare da Dio in Cristo Gesù. Questo lasciarsi amare è la luce che ci aiuta a portare il fardello di ogni giorno. E la santità non è un'opera nostra, molto difficile, ma è proprio questa "apertura": aprire e finestre della nostra anima perché la luce di Dio possa entrare, non dimenticare Dio perché proprio nell'apertura alla sua luce si trova forza, si trova la gioia dei redenti. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a trovare questa santità, lasciarsi amare da Dio, che è la vocazione di noi tutti e la vera redenzione. Grazie.

Fonte: Avvenire

lunedì 27 dicembre 2010

C.S. Lewis: tra Fantasy e Vangelo

Le Cronache di Narnia: uno dei più grandi classici per ragazzi del ‘900, una saga fantastica che ora è anche un kolossal cinematografico che vede per protagonista un grande leone parlante con poteri mistici. Una grande fiaba che può conquistare i cuori di lettori dai dieci ai cinquant’anni, un racconto di fantasia che è anche una chiarissima rappresentazione del credo cristiano dell’autore, l’anglo-irlandese Clive Staples Lewis. Il volume “C.S. Lewis: tra Fantasy e Vangelo” (Editrice Ancora, Milano, pag. 200, 15 euro) di Paolo Gulisano, studioso della cultura cattolica anglo-sassone e autore - tra l’altro - di volumi su Tolkien, Chesterton o il cristianesimo irlandese, rappresenta la prima biografia-critica del grande scrittore. Il libro indaga ampiamente la vita e l’opera di Lewis, che Gulisano ci presenta come uno dei più interessanti personaggi del panorama letterario del suo tempo. Con Narnia aveva voluto parlare, riuscendoci, al cuore dei bambini, e non solo a loro.



Lewis è stato uno dei più singolari intellettuali dell’Inghilterra del suo tempo, un uomo affascinante e contraddittorio: non era un professionista dei racconti per bambini, né ebbe mai figli a cui narrare fiabe alla sera, ma realizzò con Narnia un autentico classico; visse gran parte della sua vita in Inghilterra, diventando uno dei massimi protagonisti della vita culturale del Paese, ma era irlandese di Belfast, nel nord dell’Irlanda, discendente di quei britannici,gallesi e scozzesi, che avevano fatto parte del piano di colonizzazione attuato dall’Inghilterra dopo la conquista militare dell’Irlanda. Sudditi fedeli di Londra, avamposto dell’Impero, fieri calvinisti visceralmente anti-cattolici. Lewis tuttavia aveva abbandonato in gioventù la religione dei padri, era transitato nei territori aspri dell’ateismo e infine era approdato al Cristianesimo, restando a lungo incerto su quale denominazione di esso (incluso il cattolicesimo) abbracciare, optando infine, ma non senza precisazioni e distinguo, per l’anglicanesimo.
Il suo itinerario spirituale fu complesso e tormentato, e quando infine giunse all’ammissione dell’esistenza di Dio, si definì il “convertito più riluttante di tutta l’Inghilterra”. Ben presto tuttavia divenne uno degli scrittori cristiani più apprezzati della sua generazione, un apologeta tanto acuto quanto appassionato, autore di testi famosissimi come Le Lettere di Berlicche.

Lewis aveva aderito con convinzione al ferreo razionalismo del suo maestro, e si allontanò da ogni fede religiosa, professandosi ateo e libero pensatore. Questa fase della vita di Lewis ebbe termine durante la Prima Guerra Mondiale, dove il giovane soldato rimase ferito sui campi di battaglia della Francia. Durante la convalescenza gli finì in mano un libro di Gilbert K.Chesterton, il creatore di Padre Brown, un autore che esplodeva nelle pagine dei suoi romanzi e dei suoi saggi una straordinaria vitalità, una passione per il reale, un senso di gratitudine verso la vita, piena di umorismo e di gioia. Una gioia non ottusa – e questo fu subito ben chiaro all’acuta sensibilità di Lewis- ma consapevole e meditata, un sentimento che non prescindeva dall’esistenza del male, del dolore, della contraddizione.

Chesterton fu una grossa sorpresa per Lewis, la cui passione per la letteratura e la cui sete di conoscenza si erano rivolte per anni ai classici, ad importanti autori di narrativa e di saggistica. Ora rimaneva invece affascinato da uno scrittore di romanzi fantastici, di gialli che avevano per protagonista un prete cattolico, di saggi in difesa del buon senso e del Cristianesimo, il tutto caratterizzato da una scrittura vivace, appassionata, brillante, capace di prendere sul serio la realtà nella sua integrità, a cominciare dalla realtà interiore dell’uomo e di adoperare fiduciosamente l’intelletto – ovvero il buon senso- nella sua originale sanità, purificato da ogni incrostazione ideologica.

Nella autobiografia “Sorpreso dalla gioia” Lewis raccontò con queste parole il miracolo del cambiamento avvenuto in lui:


“Durante il trimestre della Trinità del 1929 mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai per pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra. Allora non mi avvidi di quello che oggi è così chiaro e lampante: l’umiltà con cui Dio è pronto ad accogliere un convertito anche a queste condizioni. Per lo meno, il figliol prodigo era tornato a casa coi suoi stessi piedi. Ma chi potrà mai adorare adeguatamente quell’amore che schiude i cancelli del cielo a un prodigo che recalcitra e si dibatte, e ruota intorno gli occhi risentito in cerca di scampo? Le parole compelle intrare, obbligali ad entrare, sono state così abusate dai malvagi che a sentirle rabbrividiamo ma, opportunamente comprese, scandagliano gli abissi della misericordia Divina. La durezza di Dio è più mite della dolcezza umana, e le Sue costrizioni sono la nostra liberazione.” (Sorpreso dalla gioia, Milano 1997, pag. 166)


Come era maturato questo “ritorno a casa” del figliol prodigo, che chiudeva un pellegrinaggio esistenziale cominciato anni prima con la fine dolorosa dell’innocenza dell’infanzia? Chi aveva insegnato, dopo la lettura di Chesterton, la strada giusta all’incerto Lewis? Si trattava di un nuovo amico, un collega, che Lewis aveva conosciuto nella primavera del 1926, al secondo anno di insegnamento. Un uomo mite, tranquillo, poco significativo agli occhi del vivace Lewis, abituato a personalità più spiccate. Il suo nome era John Ronald Reuel Tolkien: ovvero il futuro autore de Il Signore degli Anelli. Un giovane sensibile certamente, ma privo della utopica ingenuità romantica di molti suoi coetanei più fortunati: uno di quei cattolici che non facevano certo mistero della propria fede.

ignificativamente, nella sua autobiografia Sorpreso dalla gioia Lewis scrisse: “alla mia venuta in questo mondo mi avevano (tacitamente) avvertito di non fidarmi mai di un papista, e (apertamente) al mio arrivo alla facoltà di inglese di non fidarmi mai di un filologo. Tolkien era l’uno e l’altro”. Per Lewis questa amicizia rappresentò anche la via del ritorno a quel cristianesimo che aveva abbandonato negli anni giovanili per avventurarsi in una inquieta ricerca intellettuale ed esistenziale. Lewis, così come Tolkien, attinse dai miti antichi e dai grandi classici della narrativa fantastica per esaltare i temi della trascendenza, partendo dalla nostalgia del Paradiso perduto per esortare l’uomo moderno ad una nuova coraggiosa ricerca del buono, del bello, del vero.
Un autore che ebbe modo di cimentarsi con la storia, con la narrativa d’anticipazione, con l’apologia del Cristianesimo tanto da suscitare l’ammirazione di teologi come Hans Urs Von Balthasar e Joseph Ratzinger, nonché la stima dichiarata di papa Giovanni Paolo II, benché fosse di fede protestante, è riuscito con le sue storie di Narnia a parlare al cuore di milioni di uomini.
Vale dunque la pena avventurarsi alla scoperta dei temi, dei significati, dei valori contenuti nella sua saga, e questo libro vuole essere una piccola guida per tutti gli esploratori del mondo di Narnia.

fonte: culturacattolica.it
autore: Peter Gilfoyle
curatore: Enrico Leonardi 

domenica 26 dicembre 2010

Adeste fideles


Adeste fideles laeti triumphantes
Venite, venite in Behetlem 
Natum videte regem angelorum

Venite adoremus
Venite adoremus
Venite adoremus Dominum
 
En grege relicto umiles ad cunas
Vocati pastores adproperant
Et nos ovanti gradu festinemus
 
Aeterni parentis splendorem aeternum
Velatum sub carne videbimus
Deum infantem pannis involutum

domenica 19 dicembre 2010

Italia: segni premonitori di una palude e una Suburra?

I fatti avvenuti negli ultimi tempi nella capitale d'Italia e Città Eterna non possono che destare forte preoccupazione. Che siano questi i segni premonitori delle visioni di san Giovanni Bosco, secondo cui l'Italia in futuro sarebbe ridotta "a una palude e a una Suburra", a cui accennava Silvano Panunzio nel suo libro Summa Sanctitatis-Vicinissimi a Dio [1] ?
Condanniamo sia le violenze che l'assenza di dialogo ed è palese che la degenerazione morale abbia preso il sopravvento sia dei manifestanti che della classe dirigente. A chi volesse chiederci di quale parte siamo, rispondiamo tranquillamente come s.Giovanni Bosco: "dalla parte del Pater Noster". 
Sembrano attuali le parole scritte in un articolo dei primissimi numeri della rivista Metapolitica [2]:

Per divino volere siamo nati e viviamo in Italia. Molte oggi le tentazioni di definirla "terra di morti" od "espressione geografica".
I veri motivi per i quali oggi la nostra Nazione è ridotta in misere condizioni sono molti. (...)
Per ora facciamo solo osservazioni di cronaca onde dimostrare il fallimento di un Paese che ha la gravissima colpa di farsi governare da comparse di secondo piano.
Si invoca l'austerità, vengono inflitte stangate, si chiedono ovunque prestiti, si combatte -a parole- l'eversione e la corruzione, ma la realtà è ben diversa.
Dal "bel paese" siamo arrivati alla "groviera": un paese pieno di buchi che si disfà ovunque.
Terremoti, alluvioni, straripamenti, sequestri, rapine, deliziano il nostro suolo: tutto viene attribuito alla fatalità e alle condizioni sociali. In realtà tutto deve essere attribuito alla cronica incapacità di risolvere i mali italiani.
Lo Stato è latitante, gli organismi ancora sani sono progressivamente inquinati. (...)
Abbiamo letto che riaffiora nelle Azzorre l'Atlantide. Siamo certi che tornerà a riaffiorare il pianeta Italia: un punto fermo, anche se nato male, che può portare alla rinascita dell'Europa. 

L'autore, firmatosi con lo pseudonimo di Merlino, sembra che  si riferisca alla situazione politica attuale, invece si riferiva alla situazione di allora, ovvero al 1976. È comunque sorprendente quanto questo articolo vecchio di trentaquattro anni abbracci la situazione politica odierna!
Non siamo esperti di economia, ma non è necessaria una laurea per comprendere che saranno sempre di più coloro che verranno affamati.
Non ci resta che invocare e attendere il riaffiorare dello spirito atlantideo in quest'Europa così povera di Cristo.

[1] Silvano Panunzio, Vicinissimi a Dio "Summa Sanctitatis", ed. Cantagalli.
[2] Metapolitica, Anno I n.3 , 30 Novembre 1976, Emersione di una terra stregata.


domenica 12 dicembre 2010

Oristano. Veglia e messa d'investitura di 25 nuovi cavalieri del Santo Sepolcro e 4 Dame

ORISTANO. In data Sabato 11 dicembre 2010, alle ore 18.00, in cattedrale, mons. Giuseppe Mani ha tenuto la veglia d'armi in vista dell'investitura dei nuovi 25 cavalieri e 4 dame. La veglia è stata preceduta dalla processione dei cavalieri e dame che, partendo dalla chiesa del Carmine. Oggi Domenica 12 dicembre, alle ore 10.00,  il Gran Maestro, cardinale John Patrick Foley, ha presieduto la solenne messa di investitura. 

Dal sito della diocesi di Oristano.

BREVE SCHEDA INFORMATIVA
LA CATTEDRALE DI ORISTANO SCELTA DALL'ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME PER L'INVESTITURA DEI NUOVI CAVALIERI E DAME. 
CAVALIERI E DAME DEL SANTO SEPOLCRO, DIFENSORI DELLA FEDE E COSTRUTTORI DI PACE.

Il Luogotenente della Luogotenenza per l'Italia Sardegna, S.E. Comm. Dr. Efisio Luigi ASTE, ha scelto Oristano, capitale dell'antico Giudicato di Arborea, per la solenne e suggestiva cerimonia di investitura dei nuovi Cavalieri e Dame ammessi nell'Ordine.
La "giovane" Luogotenenza, nata nel 2010 e precedentemente parte attiva della Luogotenenza per l'Italia Centrale con sede a Roma, effettua quest'anno le prime investiture dei nuovi Cavalieri e Dame: 25 nuovi Cavalieri e 4 Dame. Durante la solenne cerimonia riceveranno la "promozione", le nuove insegne del grado superiore, 12 Cavalieri.

STORIA E FINALITA' DELL'ORDINE
L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, erede di quell'antico sodalizio Cristiano costituito da Goffredo di Buglione a Gerusalemme nel 1099, subito dopo la conquista della città da parte dei Crociati, continua ad operare nel mondo, pur con strumenti diversi, per difendere i Luoghi Santi, la fede Cristiana e contribuire a costruire nel mondo la pace.
Le finalità dell'Ordine, come ben specificato nello Statuto, sono soprattutto quelle di "rafforzare nei suoi Membri la pratica della vita cristiana" e di "rafforzare ed aiutare le opere e le istituzioni della Chiesa Cattolica in Terra Santa, particolarmente quelle del Patriarcato Latino di Gerusalemme". Ai cristiani che vi vengono ammessi viene chiesto di praticare "lo zelo alla rinuncia, in mezzo ad una società di abbondanza, il generoso impegno per i più deboli ed i non protetti, la lotta coraggiosa per la giustizia e la pace", perché queste sono le caratteristiche degli appartenenti all'Ordine del Santo Sepolcro.

PRESENZA NEL MONDO (25.000); IN SARDEGNA (150)
L'Ordine conta nel mondo 53 Luogotenenze, coordinate da un Luogotenente Generale laico e guidate spiritualmente dal Gran Maestro. I membri dell'Ordine nel mondo sono oltre 25 mila.
In terra di Sardegna la Luogotenenza conta oltre 150 membri, coordinati da una Sezione, a sua volta divisa in quattro Delegazioni ubicate nelle quattro Province storiche: Cagliari, Nuoro, Sassari e Oristano.

CATTEDRALE ARBORENSE SEDE DELLE NUOVE INVESTITURE CON 25 NUOVI CAVALIERI E 4 DAME E A SEGUIRE 12 NUOVE PROMOZIONI
Proprio a quest'ultima l'onore e l'onere di ospitare le investiture di quest'anno che porteranno ad Oristano le massime autorità dell'Ordine: il Gran Maestro, Cavaliere di Collare S. Eminenza Rev.ma il Signor Cardinale John Patrick Foley, il Governatore Generale, Cavaliere di Collare S.E. Conte Prof. Agostino Borromeo, S.E. Cav. di Gran Croce Nob. Dott. Alberto Consoli Palermo Navarra, Membro del Gran Magistero, S.E. Mons. Giuseppe Mani, Grand'Ufficiale dell'Ordine e Gran Priore della Luogotenenza. Faranno gli onori di casa i responsabili della Delegazione ospitante: il Delegato, Comm. Dr. Mario Virdis e S.E. Mons. Ignazio Sanna, Grand'Ufficiale dell'Ordine, Priore della Delegazione.

CERIMONIA: LA VEGLIA (SABATO 11) E L'INVESTITURA (DOMENICA 12)
La suggestiva cerimonia delle Investiture prevede due fasi distinte: la "Veglia delle Armi", che precede la successiva cerimonia di "Investitura", e viene effettuata la sera precedente, in questo caso sabato 11 dicembre alle ore 18, sempre nella Cattedrale. Durante questa prima liturgia i Cavalieri e le Dame rinnovano la promessa di fedeltà e ricevono "virtualmente" la spada e gli speroni. Domenica 12, in modo solenne, alle ore 10.00, riceveranno dal Cardinale Gran Maestro i "tre colpi di spada" che sanciranno l'ingresso nell' Ordine.
Oristano, terra di antiche tradizioni, terra di cavalieri e dame fin dai tempi del Giudicato di Eleonora, vedrà nuovi Cavalieri e Dame, nella sua Cattedrale a rinnovare antiche promesse per compiti nuovi, ma sempre nobili ed in difesa della fede e dei più deboli.