"Et absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit, neque luctus neque clamor neque dolor erit ultra, quia prima abierunt" Ap 21,4
Cavalleria Cristiana
"È autentica Cavalleria Cristiana quella dei Cavalieri Erranti, nel duplice senso di andare ed errare, simili ai saggi e giusti di Dio, i quali si ritirano di tanto in tanto nella fortezza della Tradizione Interiore per dare la scalata alle vette dello Spirito" Primo Siena
lunedì 15 luglio 2013
mercoledì 12 giugno 2013
«In Vaticano corruzione e lobby gay»
di Andrea Tornielli
I vertici dei religiosi latinoamericani (CLAR) riferiscono di un'udienza durante la quale Francesco ha parlato anche della riforma della Curia
Nella Curia c'è gente santa, davvero», ma c'è anche una «corrente di corruzione». Sono parole attribuite al Papa dai vertici della CLAR, la Confederazione Latinoamericana di Religiosi, ricevuti in udienza privata da Francesco lo scorso 6 giugno nella biblioteca vaticana. I contenuti del dialogo, sono stati resi noti dagli stessi religiosi su un sito cileno.Secondo quanto riportato dai religiosi latinoamericani il Papa ha fatto anche un cenno alla «lobby gay» in Vaticano: «Si parla di una "lobby gay" e in effetti c'è... bisogna vedere che cosa possiamo fare». Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi ha detto di non avere «alcuna dichiarazione da fare sui contenuti della conversazione», dato che si trattava di «un incontro di carattere privato» e dunque non è stato registrato né trascritto.
Secondo i vertici della CLAR, Francesco avrebbe incoraggiato i religiosi ad «avanzare verso nuovi orizzonti», senza paura «di correre rischi andando verso i poveri e i nuovi soggetti emergenti nel continente». Anche se «vi arriva una lettera della Congregazione per la dottrina, affermando che aveva detto questa o quella cosa... Non preoccupatevi. Spiegate quello che dovete spiegare, però andate avanti... Aprite porte, facendo qualcosa là dove la vita chiama. Preferisco una Chiesa che si sbaglia per fare qualcosa che una che si ammala per rimanere rinchiusa...».
Il Papa, secondo quanto riferisce la CLAR, ha parlato anche della sua elezione: «Non ho perso la pace in nessun momento e questo, sapete? non è mio, io sono uno che si preoccupa e che diventa nervoso... Ma non ho perso la pace in nessun momento. Ciò mi conferma che è qualcosa che viene da Dio».
Riguardo ai suoi gesti e alla decisione di abitare a Santa Marta, Francesco ha detto: «Lo faccio perché ho sentito che era ciò che il Signore voleva. Ma questi gesti non sono miei, c'è un Altro qui...»
«Sono venuto a Roma solo con pochi vestiti, li lavavo di notte, e all'improvviso questo... Ma se io non avevo alcuna possibilità! Nelle scommesse di Londra stavo al quarantaquattresimo posto, immaginatevi. Chi ha scommesso su di me ha guadagnato moltissimo denaro...».
Francesco, dopo aver ripetuto che la morte di un barbone non fa notizia mentre la fanno tre punti persi dalla Borsa, ha accennato all'aborto: «Bisogna andare alle cause, alle radici. L'aborto è un male, e questo è chiaro. Ma che cosa c'è dietro l'approvazione di questa legge, che interessi ci sono dietro... a volte sono le condizioni che pongono i grandi gruppi per dare appoggi economici. Bisogna andare alle cause, non fermarci solo ai sintomi. Non abbiate paura di denunciarlo... avrete problemi, ma non abbiate paura di denunciare, questa è la profezia della vita religiosa».
Bergoglio ha poi condiviso con i religiosi, secondo la trascrizione del colloquio, due «preoccupazioni». Una è la «corrente pelagiana che c'è nella Chiesa in questo momento». Un riferimento ad alcuni «gruppi restauratori». «Ne conosco alcuni, mi è capitato di riceverli a Buenos Aires. Uno ha l'impressione di tornare indietro di 60 anni! Prima del Concilio...». Il Papa avrebbe quindi riferito questo episodio: «Quando mi hanno eletto, ho ricevuto una lettera da uno di questi gruppi e mi dicevano: "Santità, le offriamo questo tesoro spirituale, 3.525 rosari". Non dicono preghiamo per lei, chiediamo... ma questo tenere una contabilità...».
Questo accenno al «pelagianesimo» delle correnti più tradizionali sembra riecheggiare le parole dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, che durante un corso di esercizi spirituali tenuti nel 1986 (pubblicati nel 2009 con il titolo «Guardare Cristo: esempi di fede, speranza e carità», Jaca Book) aveva affermato: «L'altra faccia dello stesso vizio è il pelagianesimo dei pii. Essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l'umiltà essenziale per ogni amore, l'umiltà di ricevere doni a di là del nostro agire e meritare...».
La seconda delle preoccupazioni espresse da Francesco, riguarda «una corrente gnostica. Questi panteismi... Entrambe sono correnti d'elite, ma questa è di un'elite più formata... Ho saputo di una superiore generale che incoraggiava le suore della sua congregazione a non pregare al mattino, ma immergersi spiritualmente nel cosmo... cose così... Mi preoccupano perché saltano l'incarnazione! E il Figlio di Dio si è fatto carne nostra, il Verbo si è fatto carne... Che succede con i poveri e i loro dolori, quella è la nostra carne... Il Vangelo non è la legge antica, ma nemmeno questo panteismo. Se si guardano le periferie, i senza tetto... i drogati! Il traffico di esseri umani... Questo è il Vangelo. I poveri sono il Vangelo».
Parlando della Curia romana, dopo aver accennato alla santità di tanti curiali, ma anche all'esistenza di una «corrente di corruzione», come pure all'esistenza di una lobby gay in Vaticano - argomento del quale si è parlato nelle congregazioni dei cardinali prima del conclave e che potrebbe essere entrato anche nel famoso rapporto della commissione cardinalizia sul caso Vatileaks - Francesco ha confermato che «la riforma della Curia romana è qualcosa che abbiamo chiesto quasi tutti noi cardinali... Anch'io l'ho chiesta».
«La riforma - ha aggiunto il Papa, secondo quanto riferiscono i religiosi della CLAR - non la posso fare io, queste questioni gestionali... Io sono molto disorganizzato, non sono mai stato bravo in questo. Ma i cardinali del gruppo (di otto porporati scelti per questo compito, ndr) la portano avanti... Pregate per me... perché mi sbagli il meno possibile».
Francesco ha quindi ricordato l'avvenimento di Aparecida, l'incontro dell'episcopato latinoamericano del 2007 nel santuario brasiliano dedicato alla Vergine che ora si accinge a visitare durante il suo prossimo viaggio per la GMG. «Ciò che Aparecida ha avuto di speciale è che non si è celebrata in un hotel, né in una casa per esercizi... si è celebrata in un santuario mariano... e il popolo di Dio accompagnava i vescovi pregando lo Spirito Santo...». Il Papa ha quindi citato il Prefetto della Congregazione dei religiosi, il cardinale Joao Braz de Aviz, all'epoca vescovo in Brasile: «Lo vedevo che arrivava con la mitria, e la gente si avvicinava, gli avvicinava i bambini, e lui li salutava, e li abbracciava... Questo stesso vescovo poi votava (i testi del documento finale, durante la riunione, ndr)... Non avrebbe votato allo stesso modo se fosse stato in un hotel».
«Approfittate di questo momento che si vive nella Congregazione per la vita consacrata... è un momento di sole... Il Prefetto è buono», e il nuovo segretario «era appoggiato da voi! Non in realtà, essendo presidente dell'Unione dei Superiori Generali era logico che fosse scelto lui...», ha aggiunto, riferendosi al francescano Carballo, recentemente nominato arcivescovo e nuovo numero due del dicastero.
Francesco ha invitato i religiosi della CLAR a dialogare con i vescovi, con le conferenze episcopali e con il CELAM. E infine si è detto preoccupato perché «ci sono congregazioni religiose, gruppi molto, molto piccoli, con poche persone, molto anziane... Non hanno vocazioni, non so, forse lo Spirito non vuole che continuino, forse hanno compiuto già la loro missione nella Chiesa... Però stanno lì, attaccate ai loro edifici e al loro denaro... Non so perché questo accade, non so come leggerlo... però vi chiedo di preoccuparvi di questi gruppi... La gestione del denaro... è qualcosa che necessita riflessione».
La Presidenza della CLAR lamenta profondamente la pubblicazione di un testo con riferimento alla conversazione mantenuta con il Santo Padre Francesco nel corso dell'incontro dello scorso 6 giugno. Conversazione che si è sviluppata a partire da domande poste al Papa dai presenti.
In questa circostanza non è stata fatta nessuna registrazione della conversazione, ma poco dopo è stata elaborata una sintesi della medesima in base ai ricordi dei partecipanti. Questa sintesi, che non include le domande poste al Santo Padre, era destinata alla memoria personale dei partecipanti e per nessun motivo alla pubblicazione, cosa per la quale d'altra parte, non è stata chiesta nessun autorizzazione.
E' chiaro che su questa base non si possono attribuire al San Padre, con certezza, le espressioni singolari contenute nel testo, bensì solo il suo senso generale.
Sorella Mercedes Leticia Casas Sánchez, FSpS - Presidente
P. Gabriel Naranjo Salazar, CM, - Segretario Generale
FONTE: http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/gay-gay-gay-francesco-francis-francisco-25578/
venerdì 7 giugno 2013
Perché papa Francesco non dà la comunione
ROMA, 9 maggio 2013 – C'è una particolarità, nelle messe celebrate da
papa Francesco, che suscita degli interrogativi rimasti finora senza
risposta.
Al momento della comunione, papa Jorge Mario Bergoglio non la amministra di persona ma lascia che siano altri a dare l'ostia consacrata ai fedeli. Si siede e aspetta che la distribuzione del sacramento sia completata.
Le eccezioni sono pochissime. Nelle messe solenni il papa, prima di sedersi, dà la comunione a chi lo assiste all'altare. E nella messa dello scorso Giovedì Santo, nel carcere minorile di Casal del Marmo, ha voluto dare lui la comunione ai giovani detenuti che si sono accostati a riceverla.
Una spiegazione esplicita di questo suo comportamento Bergoglio non l'ha data, da quando è papa.
Ma c'è una pagina di un suo libro del 2010 che fa intuire i motivi all'origine del gesto.
Il libro è quello che raccoglie i suoi colloqui con il rabbino di Buenos Aires Abraham Skorka.
Al termine del capitolo dedicato alla preghiera, Bergoglio dice:
"Davide era stato adultero e mandante di un omicidio, e tuttavia lo veneriamo come un santo perché ebbe il coraggio di dire: 'Ho peccato'. Si umiliò davanti a Dio. Si possono commettere errori enormi, ma si può anche riconoscerlo, cambiare vita e riparare a quello che si è fatto. È vero che tra i parrocchiani ci sono persone che hanno ucciso non solo intellettualmente o fisicamente ma indirettamente, con una cattiva gestione dei capitali, pagando stipendi ingiusti. Sono membri di organizzazioni di beneficenza, ma non pagano ai loro dipendenti quel che gli spetta, o fanno lavorare in nero. […] Di alcuni conosciamo l'intero curriculum, sappiamo che si spacciano per cattolici ma hanno comportamenti indecenti di cui non si pentono. Per questa ragione in alcune occasioni non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo, perché non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto. Si potrebbe anche negare la comunione a un noto peccatore che non si è pentito, ma è molto difficile provare queste cose. Ricevere la comunione significa ricevere il corpo del Signore, con la coscienza di formare una comunità. Ma se un uomo, più che unire il popolo di Dio, ha falciato la vita di moltissime persone, non può fare la comunione, sarebbe una totale contraddizione. Simili casi di ipocrisia spirituale si presentano in molti che trovano riparo nella Chiesa e non vivono secondo la giustizia che predica Dio. E non mostrano pentimento. È ciò che comunemente chiamiamo condurre una doppia vita".
Come si può notare, Bergoglio spiegava nel 2010 il suo astenersi dal dare personalmente la comunione con un ragionamento molto pratico: "Non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto".
Da pastore sperimentato e da buon gesuita, egli sapeva che tra chi si accostava a ricevere la comunione potevano esserci dei pubblici peccatori non pentiti, che peraltro si professavano cattolici. Sapeva che a quel punto sarebbe stato difficile negare loro il sacramento. E sapeva degli effetti pubblici che quella comunione avrebbe potuto avere, se ricevuta dalle mani dell'arcivescovo della capitale argentina.
Si può arguire che Bergoglio avverta lo stesso pericolo anche da papa, anzi ancor più. E per questo adotti lo stesso comportamento prudenziale: "Non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo".
I pubblici peccati che Bergoglio ha portato ad esempio, nel suo colloquio con il rabbino, sono l'oppressione del povero e la negazione del giusto salario all'operaio. Due peccati tradizionalmente elencati tra i quattro che "gridano vendetta al cospetto di Dio".
Ma il ragionamento è lo stesso che in questi ultimi anni è stato applicato da altri vescovi a un altro peccato: il pubblico sostegno alle leggi pro aborto da parte di politici che si professano cattolici.
Quest'ultima controversia ha il suo epicentro negli Stati Uniti.
Nel 2004 l'allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, trasmise alla conferenza episcopale statunitense una nota con i "principi generali" sulla questione.
La conferenza episcopale decise di "applicare" volta per volta i principi richiamati da Ratzinger affidando "a ciascun vescovo di esprimere prudenti giudizi pastorali nelle circostanze a lui proprie".
Da Roma il cardinale Ratzinger accettò questa soluzione e la definì "in armonia" con i principi generali della sua nota.
In realtà i vescovi degli Stati Uniti non sono unanimi. Alcuni, anche tra i conservatori, come i cardinali Francis George e Patrick O'Malley, sono riluttanti a "fare dell'eucaristia un campo di battaglia politica". Altri sono più intransigenti. Quando il cattolico Joe Biden fu scelto come vicepresidente da Barack Obama, l'allora vescovo di Denver Charles J. Chaput, oggi a Filadelfia, disse che l'appoggio dato da Biden al cosiddetto "diritto" all'aborto è una grave colpa pubblica e "quindi per coerenza egli si dovrebbe astenere dal presentarsi a ricevere la comunione".
Sta di fatto che lo scorso 19 marzo, nella messa d'inaugurazione del pontificato di Francesco, il vicepresidente Biden e la presidente del partito democratico Nancy Pelosi, anch'essa cattolica pro aborto, facevano parte della rappresentanza ufficiale degli Stati Uniti.
E tutti e due hanno ricevuto la comunione. Ma non dalle mani di papa Bergoglio, che se ne stava seduto dietro l'altare.
__________
Il libro:
Jorge Bergoglio, Abraham Skorka, "Il cielo e la terra", Mondadori, Milano, 2013.
Al momento della comunione, papa Jorge Mario Bergoglio non la amministra di persona ma lascia che siano altri a dare l'ostia consacrata ai fedeli. Si siede e aspetta che la distribuzione del sacramento sia completata.
Le eccezioni sono pochissime. Nelle messe solenni il papa, prima di sedersi, dà la comunione a chi lo assiste all'altare. E nella messa dello scorso Giovedì Santo, nel carcere minorile di Casal del Marmo, ha voluto dare lui la comunione ai giovani detenuti che si sono accostati a riceverla.
Una spiegazione esplicita di questo suo comportamento Bergoglio non l'ha data, da quando è papa.
Ma c'è una pagina di un suo libro del 2010 che fa intuire i motivi all'origine del gesto.
Il libro è quello che raccoglie i suoi colloqui con il rabbino di Buenos Aires Abraham Skorka.
Al termine del capitolo dedicato alla preghiera, Bergoglio dice:
"Davide era stato adultero e mandante di un omicidio, e tuttavia lo veneriamo come un santo perché ebbe il coraggio di dire: 'Ho peccato'. Si umiliò davanti a Dio. Si possono commettere errori enormi, ma si può anche riconoscerlo, cambiare vita e riparare a quello che si è fatto. È vero che tra i parrocchiani ci sono persone che hanno ucciso non solo intellettualmente o fisicamente ma indirettamente, con una cattiva gestione dei capitali, pagando stipendi ingiusti. Sono membri di organizzazioni di beneficenza, ma non pagano ai loro dipendenti quel che gli spetta, o fanno lavorare in nero. […] Di alcuni conosciamo l'intero curriculum, sappiamo che si spacciano per cattolici ma hanno comportamenti indecenti di cui non si pentono. Per questa ragione in alcune occasioni non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo, perché non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto. Si potrebbe anche negare la comunione a un noto peccatore che non si è pentito, ma è molto difficile provare queste cose. Ricevere la comunione significa ricevere il corpo del Signore, con la coscienza di formare una comunità. Ma se un uomo, più che unire il popolo di Dio, ha falciato la vita di moltissime persone, non può fare la comunione, sarebbe una totale contraddizione. Simili casi di ipocrisia spirituale si presentano in molti che trovano riparo nella Chiesa e non vivono secondo la giustizia che predica Dio. E non mostrano pentimento. È ciò che comunemente chiamiamo condurre una doppia vita".
Come si può notare, Bergoglio spiegava nel 2010 il suo astenersi dal dare personalmente la comunione con un ragionamento molto pratico: "Non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto".
Da pastore sperimentato e da buon gesuita, egli sapeva che tra chi si accostava a ricevere la comunione potevano esserci dei pubblici peccatori non pentiti, che peraltro si professavano cattolici. Sapeva che a quel punto sarebbe stato difficile negare loro il sacramento. E sapeva degli effetti pubblici che quella comunione avrebbe potuto avere, se ricevuta dalle mani dell'arcivescovo della capitale argentina.
Si può arguire che Bergoglio avverta lo stesso pericolo anche da papa, anzi ancor più. E per questo adotti lo stesso comportamento prudenziale: "Non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo".
I pubblici peccati che Bergoglio ha portato ad esempio, nel suo colloquio con il rabbino, sono l'oppressione del povero e la negazione del giusto salario all'operaio. Due peccati tradizionalmente elencati tra i quattro che "gridano vendetta al cospetto di Dio".
Ma il ragionamento è lo stesso che in questi ultimi anni è stato applicato da altri vescovi a un altro peccato: il pubblico sostegno alle leggi pro aborto da parte di politici che si professano cattolici.
Quest'ultima controversia ha il suo epicentro negli Stati Uniti.
Nel 2004 l'allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, trasmise alla conferenza episcopale statunitense una nota con i "principi generali" sulla questione.
La conferenza episcopale decise di "applicare" volta per volta i principi richiamati da Ratzinger affidando "a ciascun vescovo di esprimere prudenti giudizi pastorali nelle circostanze a lui proprie".
Da Roma il cardinale Ratzinger accettò questa soluzione e la definì "in armonia" con i principi generali della sua nota.
In realtà i vescovi degli Stati Uniti non sono unanimi. Alcuni, anche tra i conservatori, come i cardinali Francis George e Patrick O'Malley, sono riluttanti a "fare dell'eucaristia un campo di battaglia politica". Altri sono più intransigenti. Quando il cattolico Joe Biden fu scelto come vicepresidente da Barack Obama, l'allora vescovo di Denver Charles J. Chaput, oggi a Filadelfia, disse che l'appoggio dato da Biden al cosiddetto "diritto" all'aborto è una grave colpa pubblica e "quindi per coerenza egli si dovrebbe astenere dal presentarsi a ricevere la comunione".
Sta di fatto che lo scorso 19 marzo, nella messa d'inaugurazione del pontificato di Francesco, il vicepresidente Biden e la presidente del partito democratico Nancy Pelosi, anch'essa cattolica pro aborto, facevano parte della rappresentanza ufficiale degli Stati Uniti.
E tutti e due hanno ricevuto la comunione. Ma non dalle mani di papa Bergoglio, che se ne stava seduto dietro l'altare.
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Il libro:
Jorge Bergoglio, Abraham Skorka, "Il cielo e la terra", Mondadori, Milano, 2013.
Quando papa Francesco dà la comunione a quelli che lo assistono all'altare, la dà in bocca e mentre sono inginocchiati.
Proprio come faceva Benedetto XVI con tutti.
Nel suo libro-intervista del 2010 "Luce del mondo", Joseph Ratzinger motivò così questa sua scelta:
"Non sono contro la comunione in mano per principio, io stesso l'ho amministrata così ed in quel modo l'ho anche ricevuta. Facendo sì che la comunione si riceva in ginocchio e che la si amministri in bocca, ho voluto dare un segno di profondo rispetto e mettere un punto esclamativo circa la presenza reale. Non da ultimo perché proprio nelle celebrazioni di massa, come quelle nella basilica di San Pietro o sulla piazza, il pericolo dell'appiattimento è grande. Ho sentito di persone che si mettono la comunione in borsa, portandosela via quasi fosse un souvenir qualsiasi. In un contesto simile, nel quale si pensa che è ovvio ricevere la comunione – della serie: tutti vanno avanti, allora lo faccio anch'io – volevo dare un segnale forte. Deve essere chiaro questo: 'È qualcosa di particolare! Qui c'è Lui, è di fronte a Lui che cadiamo in ginocchio. Fate attenzione! Non si tratta di un rito sociale al quale si può partecipare o meno'".
Proprio come faceva Benedetto XVI con tutti.
Nel suo libro-intervista del 2010 "Luce del mondo", Joseph Ratzinger motivò così questa sua scelta:
"Non sono contro la comunione in mano per principio, io stesso l'ho amministrata così ed in quel modo l'ho anche ricevuta. Facendo sì che la comunione si riceva in ginocchio e che la si amministri in bocca, ho voluto dare un segno di profondo rispetto e mettere un punto esclamativo circa la presenza reale. Non da ultimo perché proprio nelle celebrazioni di massa, come quelle nella basilica di San Pietro o sulla piazza, il pericolo dell'appiattimento è grande. Ho sentito di persone che si mettono la comunione in borsa, portandosela via quasi fosse un souvenir qualsiasi. In un contesto simile, nel quale si pensa che è ovvio ricevere la comunione – della serie: tutti vanno avanti, allora lo faccio anch'io – volevo dare un segnale forte. Deve essere chiaro questo: 'È qualcosa di particolare! Qui c'è Lui, è di fronte a Lui che cadiamo in ginocchio. Fate attenzione! Non si tratta di un rito sociale al quale si può partecipare o meno'".
lunedì 20 maggio 2013
La schiavitù monetaria: una mostruosità storica nata nel 1694 con la Banca d’Inghilterra
di Giacinto Auriti
Goethe affermava che “nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero
senza esserlo”. Questo principio è particolarmente valido nel sistema
monetario vigente.
Il cittadino si illude di essere proprietario dei soldi che ha in tasca, mentre ne è debitore. La banca, infatti, emette la moneta solo prestandola, sicché la moneta circola gravata di debito.
Il segno della schiavitù monetaria è data dal fatto che la proprietà nasce nelle mani della banca o, per meglio dire, del banchiere ché emette prestando e prestare è prerogativa del proprietario.
La moneta, invece, deve nascere di proprietà del cittadino perché è lui che, accettandola, ne crea il valore; tanto è vero che, se si mette un governatore a stampare moneta in un isola deserta, il valore non nasce perché, mancando la collettività, viene meno la possibilità stessa della volontà collettiva che causa questo valore. Come ogni unità di misura (e la moneta è la misura del valore) anche la moneta è una convenzione.
Quando la moneta era d’oro chi trovava una pepita se ne appropriava senza addebitarsi verso la miniera. Oggi al posto della miniera c’è la banca centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della proprietà il debito.
Non si può comprendere come sia stata possibile questa mostruosità storica (nata nel 1694 con la Banca d’Inghilterra e con l’emissione della sterlina) se non si muove dalla definizione della moneta strumento (sterco) del demonio. La verità di questa definizione è stata avvertita anche da S. Francesco d’Assisi quando vietava ai padri questuanti di ricevere oboli in moneta. Noi ora ne dimostreremo la piena fondatezza sulla base delle stesse parole di Satana che stanno nel Vangelo.
Satana, nel Vangelo, parla tre volte. Dopo il digiuno di Cristo nel deserto, Satana Gli dice: “Tramuta le pietre in pane”. Per lo più queste parole sono interpretate nel senso di considerarle come tentazione in quanto Cristo era affamato e mangiare pane sarebbe stato motivo della tentazione. Questa interpretazione non è accettabile perché la tentazione è sempre relativa ad un peccato e mangiare pane dopo quaranta giorni di digiuno è moralmente ineccepibile.
Dunque la giustificazione delle parole di Satana va intesa diversamente e chi ci dice come interpretare le parole di Satana è proprio Cristo quando, rispondendo a Satana, afferma (Mt. 4,4): “Sta scritto, non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Ciò che sorprende in questa frase di Gesù è la novità della proposta, mai considerata dai teorici dell’interpretazione, di dedurre il significato delle parole non dalla loro espressione letterale, ma dalla bocca che le pronuncia. Quelle parole erano uscite dalla bocca di Satana; sicché per interpretarle esattamente va considerata l’ipotesi, peraltro assurda, che Cristo avesse accettato l’invito di Satana e trasformato le pietre in pane. In tal caso avrebbe potuto ben dire a Cristo: "Tu puoi mangiare pane per mio merito perché io Ti ho dato il consiglio di trasformare le pietre in pane.” Quindi Cristo sarebbe stato trasformato da “padrone” a “debitore” del Suo pane.
A ben guardare questa ipotesi si verifica puntualmente nell’emissione della moneta nominale. Quando la banca centrale emette moneta prestandola, induce la collettività a crearne il valore accettandola, ma contestualmente la espropria ed indebita di altrettanto, esattamente come Satana avrebbe fatto se Cristo avesse accettato l’invito di trasformare la pietra in pane. Se si mette al posto della pietra la carta, ed al posto del pane l’oro, al posto di Satana la banca, si riscontrano nella emissione della Sterlina oro-carta e di tutte le successive monete nominali, tutte le caratteristiche della tentazione di Satana.
Con la costituzione della Banca d’Inghilterra e del sistema delle banche centrali, tutti i popoli del mondo sono stati trasformati da proprietari in debitori ineluttabilmente insolventi del proprio denaro. La banca, infatti, prestando il dovuto all’atto dell’emissione, carica il costo del denaro del 200%. L’Umanità è così precipitata in una condizione inferiore a quella della bestia. La bestia, infatti, non ha la proprietà, ma nemmeno il debito.
È gran tempo ormai che si comprenda che tutti possono prestare denaro tranne chi lo emette. Con la moneta debito l’Umanità è stata talmente degradata che non a caso si è verificato il fenomeno del “suicidio da insolvenza” come malattia sociale che non ha precedenti nella storia. Ciò conferma la Profezia di Fatima: “I vivi invidieranno i morti”.
Non si possono valutare esattamente le tentazioni di Satana se non le si considerano nel loro contesto globale. Particolarmente significativa, in questo senso, è la terza tentazione (Mt. 4, 8-9):
“… Gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, poi disse a Gesù: tutto questo io Ti darò. Se Ti prostri e mi adori”. Adorare prostrati significa mettere Satana sull’altare al posto di Dio. Ciò spiega perché gli adoratori di Satana contestano fondamentalmente e necessariamente l’Eucarestia Cattolica.
La circostanza che il Protestantesimo si sia basato sulla contestazione dell’Eucarestia Cattolica ed abbia promosso la costituzione delle banche centrali come promotrici della moneta-debito parla da se. Non a caso il parlamento inglese approva nel 1673 il Test Act: l’editto con cui viene dichiarata illegittima l’Eucarestia Cattolica e la Transustanziazione.
Non a caso nel 1694 viene fondata la banca d’Inghilterra che emette la sterlina sulla regola di trasformare il simbolo di costo nullo in moneta, inaugurando l’era dell’oro-carta.
Non a caso nasce la subordinazione del potere religioso a quello politico quando il re d’Inghilterra diventa anche capo della religione protestante anglicana sovvertendo l’ordine gerarchico del Sacro Romano Impero per cui l’autorità politica era autonoma ed eticamente subordinata alla sovranità religiosa.
Non a caso quando il protestantesimo entra in Europa continentale non fonda una chiesa, ma una banca: la Banca Protestante il cui presidente, il Neker, diventa consigliere di Luigi XIV.
Non a caso tutte le monarchie cattoliche della vecchia Europa si disintegrano perché si indebitano senza contropartita verso i banchieri per la moneta satanica da questi emessa a costo nullo e che gli stessi re avrebbero potuto emettere gratuitamente per proprio conto senza indebitarsi.
Non a caso in Svizzera vige la regola di essere ad un tempo “banchieri” e “protestanti”.
Non a caso la differenza essenziale tra Sacro Romano Impero e Commonwealth Britannico è la moneta. Lì il portatore è proprietario delle moneta, qui è debitore. [1]
Non a caso, dopo aver tolto Dio dall’altare con la negazione dell’Eucarestia Cattolica e fondata la banca d’Inghilterra, il Commonwealth raggiunge nel 1855 una estensione di 22 milioni e 750 mila chilometri quadrati. Oggi tutto il mondo è Commonwealth. Tutto il mondo è “colonia monetaria”.
Satana, principe di questo mondo, è una persona seria: mantiene le promesse fatte a fin di male. Dopo che il male è stato fatto concede ai suoi adoratori il dominio su tutti i popoli del mondo.
Su queste premesse ci si spiega anche la tentazione di Satana quando esorta Cristo a gettarsi dalla cima del tempio della Città Santa. Chi è padrone di tutto il mondo e di tutto il denaro del mondo, o perché lo possiede o perché ne è creditore, non desidera sovranità e ricchezza perché già le possiede, ma ha sete di vanagloria. Si giustifica così anche questa tentazione.
Il cittadino si illude di essere proprietario dei soldi che ha in tasca, mentre ne è debitore. La banca, infatti, emette la moneta solo prestandola, sicché la moneta circola gravata di debito.
Il segno della schiavitù monetaria è data dal fatto che la proprietà nasce nelle mani della banca o, per meglio dire, del banchiere ché emette prestando e prestare è prerogativa del proprietario.
La moneta, invece, deve nascere di proprietà del cittadino perché è lui che, accettandola, ne crea il valore; tanto è vero che, se si mette un governatore a stampare moneta in un isola deserta, il valore non nasce perché, mancando la collettività, viene meno la possibilità stessa della volontà collettiva che causa questo valore. Come ogni unità di misura (e la moneta è la misura del valore) anche la moneta è una convenzione.
Quando la moneta era d’oro chi trovava una pepita se ne appropriava senza addebitarsi verso la miniera. Oggi al posto della miniera c’è la banca centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della proprietà il debito.
Non si può comprendere come sia stata possibile questa mostruosità storica (nata nel 1694 con la Banca d’Inghilterra e con l’emissione della sterlina) se non si muove dalla definizione della moneta strumento (sterco) del demonio. La verità di questa definizione è stata avvertita anche da S. Francesco d’Assisi quando vietava ai padri questuanti di ricevere oboli in moneta. Noi ora ne dimostreremo la piena fondatezza sulla base delle stesse parole di Satana che stanno nel Vangelo.
Satana, nel Vangelo, parla tre volte. Dopo il digiuno di Cristo nel deserto, Satana Gli dice: “Tramuta le pietre in pane”. Per lo più queste parole sono interpretate nel senso di considerarle come tentazione in quanto Cristo era affamato e mangiare pane sarebbe stato motivo della tentazione. Questa interpretazione non è accettabile perché la tentazione è sempre relativa ad un peccato e mangiare pane dopo quaranta giorni di digiuno è moralmente ineccepibile.
Dunque la giustificazione delle parole di Satana va intesa diversamente e chi ci dice come interpretare le parole di Satana è proprio Cristo quando, rispondendo a Satana, afferma (Mt. 4,4): “Sta scritto, non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Ciò che sorprende in questa frase di Gesù è la novità della proposta, mai considerata dai teorici dell’interpretazione, di dedurre il significato delle parole non dalla loro espressione letterale, ma dalla bocca che le pronuncia. Quelle parole erano uscite dalla bocca di Satana; sicché per interpretarle esattamente va considerata l’ipotesi, peraltro assurda, che Cristo avesse accettato l’invito di Satana e trasformato le pietre in pane. In tal caso avrebbe potuto ben dire a Cristo: "Tu puoi mangiare pane per mio merito perché io Ti ho dato il consiglio di trasformare le pietre in pane.” Quindi Cristo sarebbe stato trasformato da “padrone” a “debitore” del Suo pane.
A ben guardare questa ipotesi si verifica puntualmente nell’emissione della moneta nominale. Quando la banca centrale emette moneta prestandola, induce la collettività a crearne il valore accettandola, ma contestualmente la espropria ed indebita di altrettanto, esattamente come Satana avrebbe fatto se Cristo avesse accettato l’invito di trasformare la pietra in pane. Se si mette al posto della pietra la carta, ed al posto del pane l’oro, al posto di Satana la banca, si riscontrano nella emissione della Sterlina oro-carta e di tutte le successive monete nominali, tutte le caratteristiche della tentazione di Satana.
Con la costituzione della Banca d’Inghilterra e del sistema delle banche centrali, tutti i popoli del mondo sono stati trasformati da proprietari in debitori ineluttabilmente insolventi del proprio denaro. La banca, infatti, prestando il dovuto all’atto dell’emissione, carica il costo del denaro del 200%. L’Umanità è così precipitata in una condizione inferiore a quella della bestia. La bestia, infatti, non ha la proprietà, ma nemmeno il debito.
È gran tempo ormai che si comprenda che tutti possono prestare denaro tranne chi lo emette. Con la moneta debito l’Umanità è stata talmente degradata che non a caso si è verificato il fenomeno del “suicidio da insolvenza” come malattia sociale che non ha precedenti nella storia. Ciò conferma la Profezia di Fatima: “I vivi invidieranno i morti”.
Non si possono valutare esattamente le tentazioni di Satana se non le si considerano nel loro contesto globale. Particolarmente significativa, in questo senso, è la terza tentazione (Mt. 4, 8-9):
“… Gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, poi disse a Gesù: tutto questo io Ti darò. Se Ti prostri e mi adori”. Adorare prostrati significa mettere Satana sull’altare al posto di Dio. Ciò spiega perché gli adoratori di Satana contestano fondamentalmente e necessariamente l’Eucarestia Cattolica.
La circostanza che il Protestantesimo si sia basato sulla contestazione dell’Eucarestia Cattolica ed abbia promosso la costituzione delle banche centrali come promotrici della moneta-debito parla da se. Non a caso il parlamento inglese approva nel 1673 il Test Act: l’editto con cui viene dichiarata illegittima l’Eucarestia Cattolica e la Transustanziazione.
Non a caso nel 1694 viene fondata la banca d’Inghilterra che emette la sterlina sulla regola di trasformare il simbolo di costo nullo in moneta, inaugurando l’era dell’oro-carta.
Non a caso nasce la subordinazione del potere religioso a quello politico quando il re d’Inghilterra diventa anche capo della religione protestante anglicana sovvertendo l’ordine gerarchico del Sacro Romano Impero per cui l’autorità politica era autonoma ed eticamente subordinata alla sovranità religiosa.
Non a caso quando il protestantesimo entra in Europa continentale non fonda una chiesa, ma una banca: la Banca Protestante il cui presidente, il Neker, diventa consigliere di Luigi XIV.
Non a caso tutte le monarchie cattoliche della vecchia Europa si disintegrano perché si indebitano senza contropartita verso i banchieri per la moneta satanica da questi emessa a costo nullo e che gli stessi re avrebbero potuto emettere gratuitamente per proprio conto senza indebitarsi.
Non a caso in Svizzera vige la regola di essere ad un tempo “banchieri” e “protestanti”.
Non a caso la differenza essenziale tra Sacro Romano Impero e Commonwealth Britannico è la moneta. Lì il portatore è proprietario delle moneta, qui è debitore. [1]
Non a caso, dopo aver tolto Dio dall’altare con la negazione dell’Eucarestia Cattolica e fondata la banca d’Inghilterra, il Commonwealth raggiunge nel 1855 una estensione di 22 milioni e 750 mila chilometri quadrati. Oggi tutto il mondo è Commonwealth. Tutto il mondo è “colonia monetaria”.
Satana, principe di questo mondo, è una persona seria: mantiene le promesse fatte a fin di male. Dopo che il male è stato fatto concede ai suoi adoratori il dominio su tutti i popoli del mondo.
Su queste premesse ci si spiega anche la tentazione di Satana quando esorta Cristo a gettarsi dalla cima del tempio della Città Santa. Chi è padrone di tutto il mondo e di tutto il denaro del mondo, o perché lo possiede o perché ne è creditore, non desidera sovranità e ricchezza perché già le possiede, ma ha sete di vanagloria. Si giustifica così anche questa tentazione.
Postfazione di Giacinto Auriti al libro di Bruno Tarquini -
LA BANCA LA MONETA E L'USURA La Costituzione tradita -
[1] L'Impero Austriaco era l'ultima grande monarchia cattolica, nonché ultimo baluardo del Sacro Romano Impero e ultimo ostacolo all'inevitabile espansione comunista nell'Europa dell'Est.
Fonte dell'articolo: http://www.simec.org/sim/index.php/notizie-essenziali/98-le-parole-di-satana
mercoledì 1 maggio 2013
PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 1° maggio 2013
Mercoledì, 1° maggio 2013
Cari fratelli e sorelle,
buongiorno
oggi, primo maggio, celebriamo san Giuseppe lavoratore e iniziamo il mese tradizionalmente dedicato alla Madonna. In questo nostro incontro, vorrei soffermarmi allora su queste due figure così importanti nella vita di Gesù, della Chiesa e nella nostra vita, con due brevi pensieri: il primo sul lavoro, il secondo sulla contemplazione di Gesù.
1. Nel Vangelo di san Matteo, in uno dei momenti in cui Gesù ritorna al suo paese, a Nazaret, e parla nella sinagoga, viene sottolineato lo stupore dei suoi paesani per la sua sapienza, e la domanda che si pongono: «Non è costui il figlio del falegname?» (13,55). Gesù entra nella nostra storia, viene in mezzo a noi, nascendo da Maria per opera di Dio, ma con la presenza di san Giuseppe, il padre legale che lo custodisce e gli insegna anche il suo lavoro. Gesù nasce e vive in una famiglia, nella santa Famiglia, imparando da san Giuseppe il mestiere del falegname, nella bottega di Nazaret, condividendo con lui l’impegno, la fatica, la soddisfazione e anche le difficoltà di ogni giorno.
Questo ci richiama alla dignità e all’importanza del lavoro. Il libro della Genesi narra che Dio creò l’uomo e la donna affidando loro il compito di riempire la terra e soggiogarla, che non significa sfruttarla, ma coltivarla e custodirla, averne cura con la propria opera (cfr Gen 1,28; 2,15). Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione! Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr Gv 5,17); dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione. E qui penso alle difficoltà che, in vari Paesi, incontra oggi il mondo del lavoro e dell’impresa; penso a quanti, e non solo giovani, sono disoccupati, molte volte a causa di una concezione economicista della società, che cerca il profitto egoista, al di fuori dei parametri della giustizia sociale.
Desidero rivolgere a tutti l’invito alla solidarietà, e ai Responsabili della cosa pubblica l’incoraggiamento a fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione; questo significa preoccuparsi per la dignità della persona; ma soprattutto vorrei dire di non perdere la speranza; anche san Giuseppe ha avuto momenti difficili, ma non ha mai perso la fiducia e ha saputo superarli, nella certezza che Dio non ci abbandona. E poi vorrei rivolgermi in particolare a voi ragazzi e ragazze a voi giovani: impegnatevi nel vostro dovere quotidiano, nello studio, nel lavoro, nei rapporti di amicizia, nell’aiuto verso gli altri; il vostro avvenire dipende anche da come sapete vivere questi preziosi anni della vita. Non abbiate paura dell’impegno, del sacrificio e non guardate con paura al futuro; mantenete viva la speranza: c’è sempre una luce all’orizzonte.
Aggiungo una parola su un’altra particolare situazione di lavoro che mi preoccupa: mi riferisco a quello che potremmo definire come il “lavoro schiavo”, il lavoro che schiavizza. Quante persone, in tutto il mondo, sono vittime di questo tipo di schiavitù, in cui è la persona che serve il lavoro, mentre deve essere il lavoro ad offrire un servizio alle persone perché abbiano dignità. Chiedo ai fratelli e sorelle nella fede e a tutti gli uomini e donne di buona volontà una decisa scelta contro la tratta delle persone, all’interno della quale figura il “lavoro schiavo”.
2. Accenno al secondo pensiero: nel silenzio dell’agire quotidiano, san Giuseppe, insieme a Maria, hanno un solo centro comune di attenzione: Gesù. Essi accompagnano e custodiscono, con impegno e tenerezza, la crescita del Figlio di Dio fatto uomo per noi, riflettendo su tutto ciò che accadeva. Nei Vangeli, san Luca sottolinea due volte l’atteggiamento di Maria, che è anche quello di san Giuseppe: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19.51). Per ascoltare il Signore, bisogna imparare a contemplarlo, a percepire la sua presenza costante nella nostra vita; bisogna fermarsi a dialogare con Lui, dargli spazio con la preghiera. Ognuno di noi, anche voi ragazzi, ragazze e giovani, così numerosi questa mattina, dovrebbe chiedersi: quale spazio do al Signore? Mi fermo a dialogare con Lui? Fin da quando eravamo piccoli, i nostri genitori ci hanno abituati ad iniziare e a terminare la giornata con una preghiera, per educarci a sentire che l’amicizia e l’amore di Dio ci accompagnano. Ricordiamoci di più del Signore nelle nostre giornate!
E in questo mese di maggio, vorrei richiamare all’importanza e alla bellezza della preghiera del santo Rosario. Recitando l'Ave Maria, noi siamo condotti a contemplare i misteri di Gesù, a riflettere cioè sui momenti centrali della sua vita, perché, come per Maria e per san Giuseppe, Egli sia il centro dei nostri pensieri, delle nostre attenzioni e delle nostre azioni. Sarebbe bello se, soprattutto in questo mese di maggio, si recitasse assieme in famiglia, con gli amici, in Parrocchia, il santo Rosario o qualche preghiera a Gesù e alla Vergine Maria! La preghiera fatta assieme è un momento prezioso per rendere ancora più salda la vita familiare, l’amicizia! Impariamo a pregare di più in famiglia e come famiglia!
Cari fratelli e sorelle, chiediamo a san Giuseppe e alla Vergine Maria che ci insegnino ad essere fedeli ai nostri impegni quotidiani, a vivere la nostra fede nelle azioni di ogni giorno e a dare più spazio al Signore nella nostra vita, a fermarci per contemplare il suo volto. Grazie.
FONTE: http://www.vatican.va/holy_father/francesco/audiences/2013/documents/papa-francesco_20130501_udienza-generale_it.html
mercoledì 13 marzo 2013
HABEMUS PAPAM ! FRANCISCUM
Jorge Mario Bergoglio è il 266° Vescovo di Roma, primo Papa non europeo, sudamericano, gesuita e a prendere il nome Francesco. Non staremo a scrivere la biografia del Pontefice. Vogliamo invece proporre la venerata figura di un altro Francesco che non è il ben noto frate di Assisi, bensì
SAN
FRANCESCO DA PAOLA
Paola, Cosenza, 27 marzo 1416 - Plessis-les-Tours, Francia, 2 aprile 1507
La
sua vita fu avvolta in un'aura di soprannaturale dalla nascita alla
morte. Nacque a Paola (Cosenza) nel 1416 da genitori in età avanzata
devoti di san Francesco, che proprio all'intercessione del santo di
Assisi attribuirono la nascita del loro bambino. Di qui il nome e la
decisione di indirizzarlo alla vita religiosa nell'ordine
francescano. Dopo un anno di prova, tuttavia, il giovane lasciò il
convento e proseguì la sua ricerca vocazionale con viaggi e
pellegrinaggi. Scelse infine la vita eremitica e si ritirò a Paola
in un territorio di proprietà della famiglia. Qui si dedicò alla
contemplazione e alle mortificazioni corporali, suscitando stupore e
ammirazione tra i concittadini. Ben presto iniziarono ad affluire al
suo eremo molte persone desiderose di porsi sotto la sua guida
spirituale. Seguirono la fondazione di numerosi eremi e la nascita
della congregazione eremitica paolana detta anche Ordine dei Minimi.
La sua approvazione fu agevolata dalla grande fama di taumaturgo di
Francesco che operava prodigi a favore di tutti, in particolare dei
poveri e degli oppressi. Lo stupore per i miracoli giunse fino in
Francia, alla corte di Luigi XI, allora infermo. Il re chiese al papa
Sisto IV di far arrivare l'eremita paolano al suo capezzale.
L'obbedienza prestata dal solitario costretto ad abbandonare l'eremo
per trasferirsi a corte fu gravosa ma feconda. Luigi XI non ottenne
la guarigione, Francesco fu tuttavia ben voluto ed avviò un periodo
di rapporti favorevoli tra il papato e la corte francese. Nei 25 anni
che restò in Francia egli rimase un uomo di Dio, un riformatore
della vita religiosa. Morì nei pressi di Tours il 2 aprile 1507.
La
sua vita fu uno stupore continuo sin dalla nascita, infatti Francesco
nacque il 27 marzo 1416 da una coppia di genitori già avanti negli
anni, il padre Giacomo Alessio detto “Martolilla” e la madre
Vienna di Fuscaldo, durante i quindici anni di matrimonio già
trascorsi, avevano atteso invano la nascita di un figlio, per questo
pregavano s. Francesco, il ‘Poverello’ di Assisi, di intercedere
per loro e inaspettatamente alla fine il figlio arrivò.
Riconoscenti
i giubilanti genitori lo chiamarono Francesco; il santo di Assisi
intervenne ancora nella vita di quel bimbo nato a Paola, cittadina
calabrese sul Mar Tirreno in provincia di Cosenza; dopo appena un
mese si scoprì che era affetto da un ascesso all’occhio sinistro
che si estese fino alla cornea, i medici disperavano di salvare
l’occhio.
La
madre fece un voto a s. Francesco, di tenere il figlio in un convento
di Frati Minori per unintero anno, vestendolo dell’abito proprio
dei Francescani, il voto dell’abito è usanza ancora esistente
nell’Italia Meridionale. Dopo qualche giorno l’ascesso scomparve
completamente.
Fu
allevato senza agi, ma non mancò mai il necessario; imparò a
leggere e scrivere verso i 13 anni, quando i genitori volendo
esaudire il voto fatto a s. Francesco, lo portarono al convento dei
Francescani di San Marco Argentano, a nord di Cosenza.
In
quell’anno l’adolescente rivelò subito doti eccezionali, stupiva
i frati dormendo per terra, con continui digiuni e preghiera intensa
e già si cominciava a raccontare di prodigi straordinari, come
quando assorto in preghiera in chiesa, si era dimenticato di
accendere il fuoco sotto la pentola dei legumi per il pranzo dei
frati, allora tutto confuso corse in cucina, dove con un segno di
croce accese il fuoco di legna e dopo pochi istanti i legumi furono
subito cotti.
Un’altra
volta dimenticò di mettere le carbonelle accese nel turibolo
dell’incenso, alle rimostranze del sacrestano andò a prenderle ma
senza un recipiente adatto, allora le depose nel lembo della tonaca
senza che la stoffa si bruciasse.
Trascorso
l’anno del voto, Francesco volle tornare a Paola fra il dispiacere
dei frati e d’accordo con i genitori intrapresero insieme un
pellegrinaggio ad Assisi alla tomba di s. Francesco, era convinto che
quel viaggio gli avrebbe permesso d’individuare la strada da
seguire nel futuro.
Fecero
tappe a Loreto, Montecassino, Monteluco e Roma, nella ‘Città
eterna’ mentre camminava per una strada, incrociò una sfarzosa
carrozza che trasportava un cardinale pomposamente vestito, il
giovanetto non esitò e avvicinatosi rimproverò il cardinale dello
sfarzo ostentato; il porporato stupito cercò di spiegare che era
necessario per conservare la stima e il prestigio della Chiesa agli
occhi degli uomini.
Nella
tappa di Monteluco, Francesco poté conoscere in quell’eremo
fondato nel 528 da s. Isacco, un monaco siriano fuggito in Occidente,
gli eremiti che occupavano le celle sparse per la montagna; fu molto
colpito dal loro stile di vita, al punto che tornato a Paola, appena
tredicenne e in netta opposizione al dire del cardinale romano, si
ritirò a vita eremitica in un campo che apparteneva al padre, a
quasi un chilometro dal paese, era il 1429.
Si
riparò prima in una capanna di frasche e poi spostandosi in altro
luogo in una grotta, che egli stesso allargò scavando il tufo con
una zappa; detta grotta è oggi conservata all’interno del
Santuario di Paola; in questo luogo visse altri cinque anni in
penitenza e contemplazione.
La
fama del giovane eremita si sparse nella zona e tanti cominciarono a
raggiungerlo per chiedere consigli e conforto; lo spazio era poco per
questo via vai, per cui Francesco si spostò di nuovo più a valle
costruendo una cella su un terreno del padre; dopo poco tempo alcuni
giovani dopo più visite, gli chiesero di poter vivere come lui nella
preghiera e solitudine.
Così
nel 1436, con una cappella e tre celle, si costituì il primo nucleo
del futuro Ordine dei Minimi; la piccola Comunità si chiamò
“Eremiti di frate Francesco”.
Prima
di accoglierli, Francesco chiese il permesso al suo vescovo di
Cosenza mons. Bernardino Caracciolo, il quale avendo conosciuto il
carisma del giovane eremita acconsentì; per qualche anno il gruppo
visse alimentandosi con un cibo di tipo quaresimale, pane, legumi,
erbe e qualche pesce, offerti come elemosine dai fedeli; non erano
ancora una vera comunità ma pregavano insieme nella cappella a
determinate ore.
Fu
in seguito necessario allargare gli edifici e nel 1452 Francesco
cominciò a costruire la seconda chiesa e un piccolo convento intorno
ad un chiostro, tuttora conservati nel complesso del Santuario.
Durante
i lavori di costruzione Francesco operò altri prodigi, un grosso
masso che stava rotolando sugli edifici venne fermato con un gesto
del santo e ancora oggi esiste sotto la strada del Santuario; entrò
nella fornace per la calce a ripararne il tetto, passando fra le
fiamme e rimanendo illeso; inoltre fece sgorgare una fonte con un
tocco del bastone, per dissetare gli operai, oggi è chiamata
“l’acqua della cucchiarella”, perché i pellegrini usano
attingerne con un cucchiaio.
Ormai
la fama di taumaturgo si estendeva sempre più e il papa Paolo II
(1464-1471), inviò nel 1470 un prelato a verificare; giunto a Paola
fu accolto da Francesco che aveva fatto portare un braciere per
scaldare l’ambiente; il prelato lo rimproverò per l’eccessivo
rigore che professava insieme ai suoi seguaci e allora Francesco
prese dal braciere con le mani nude, i carboni accesi senza
scottarsi, volendo così significare se con l’aiuto di Dio si
poteva fare ciò, tanto più si poteva accettare il rigore di vita.
La
morte improvvisa del papa nel 1471, impedì il riconoscimento
pontificio della Comunità, che intanto era stata approvata dal
vescovo di Cosenza Pirro Caracciolo; il consenso pontificio arrivò
comunque tre anni più tardi ad opera del nuovo papa Sisto IV
(1471-1484).
Secondo
la tradizione, uno Spirito celeste, forse l’arcangelo Michele, gli
apparve mentre pregava, tenendo fra le mani uno scudo luminoso su cui
si leggeva la parola “Charitas” e porgendoglielo disse: “Questo
sarà lo stemma del tuo Ordine”.
La
fama di questo monaco dalla grossa corporatura, con barba e capelli
lunghi che non tagliava mai, si diffondeva in tutto il Sud, per cui
fu costretto a muoversi da Paola per fondare altri conventi in varie
località della Calabria.
Gli
fu chiesto di avviare una comunità anche a Milazzo in Sicilia,
pertanto con due confratelli si accinse ad attraversare lo Stretto di
Messina, qui chiese ad un pescatore se per amor di Dio l’avesse
traghettato all’altra sponda, ma questi rifiutò visto che non
potevano pagarlo; senza scomporsi Francesco legò un bordo del
mantello al bastone, vi salì sopra con i due frati e attraversò lo
Stretto con quella barca a vela improvvisata.
Il
miracolo fra i più clamorosi di quelli operati da Francesco, fu in
seguito confermato da testimoni oculari, compreso il pescatore Pietro
Colosa di Catona, piccolo porto della costa calabra, che si
rammaricava e non si dava pace per il suo rifiuto.
Risanava
gli infermi, aiutava i bisognosi, ‘risuscitò’ il suo nipote
Nicola, giovane figlio della sorella Brigida, anche suo padre Giacomo
Alessio, rimasto vedovo entrò a far parte degli eremiti, diventando
discepolo di suo figlio fino alla morte.
Francesco
alzava spesso la voce contro i potenti in favore degli oppressi, le
sue prediche e invettive erano violente, per cui fu ritenuto
pericoloso e sovversivo dal re di Napoli Ferdinando I (detto
Ferrante) d’Aragona, che mandò i suoi soldati per farlo zittire,
ma essi non poterono fare niente, perché il santo eremita si rendeva
invisibile ai loro occhi; il re alla fine si calmò, diede
disposizione che Francesco poteva aprire quanti conventi volesse,
anzi lo invitò ad aprirne uno a Napoli (un’altro era stato già
aperto nel 1480 a Castellammare di Stabia.
A
Napoli giunsero due fraticelli che si sistemarono in una cappella
campestre, là dove poi nel 1846 venne costruita la grande,
scenografica, reale Basilica di S. Francesco da Paola, nella celebre
Piazza del Plebiscito.
Intanto
si approssimava una grande, imprevista, né desiderata svolta della
sua vita; nel 1482 un mercante italiano, di passaggio a
Plessis-les-Tours in Francia, dove risiedeva in quel periodo il re
Luigi XI (1423-1482), gravemente ammalato, ne parlò ad uno scudiero
reale, che informò il sovrano.
Il
re inviò subito un suo maggiordomo in Calabria ad invitare il santo
eremita, affinché si recasse in Francia per aiutarlo, ma Francesco
rifiutò, nonostante che anche il re di Napoli Ferrante appoggiasse
la richiesta.
Allora
il re francese si rivolse al papa Sisto IV, il quale per motivi
politici ed economici, non voleva scontentare il sovrano e allora
ordinò all’eremita di partire per la Francia, con grande sgomento
e dolore di Francesco, costretto a lasciare la sua terra e i suoi
eremiti ad un’età avanzata, aveva 67 anni e malandato in salute.
Nella
sua tappa a Napoli, fu ricevuto con tutti gli onori da re Ferrante I,
incuriosito di conoscere quel frate che aveva osato opporsi a lui; il
sovrano assisté non visto ad una levitazione da terra di Francesco,
assorto in preghiera nella sua stanza; poi cercò di conquistarne
l’amicizia offrendogli un piatto di monete d’oro, da utilizzare
per la costruzione di un convento a Napoli.
Si
narra che Francesco presone una la spezzò e ne uscì del sangue e
rivolto al re disse: “Sire questo è il sangue dei tuoi sudditi che
opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio”, predicendogli
anche la fine della monarchia aragonese, che avvenne puntualmente nei
primi anni del 1500.
Sempre
vestito del suo consunto saio e con in mano il rustico bastone, fu
ripreso di nascosto da un pittore, incaricato dal re di fargli un
ritratto, che è conservato nella Chiesa dell’Annunziata a Napoli,
mentre una copia è nella Chiesa di S. Francesco da Paola ai Monti in
Roma; si ritiene che sia il dipinto più somigliante quando Francesco
aveva 67 anni.
Passando
per Roma andò a visitare il pontefice Sisto IV (1471-1484), che lo
accolse cordialmente; nel maggio 1489 arrivò al castello di
Plessis-du-Parc, dov’era ammalato il re Luigi XI, nel suo passaggio
in terra francese liberò Bormes e Frejus da un’epidemia.
A
Corte fu accolto con grande rispetto, col re ebbe numerosi colloqui,
per lo più miranti a far accettare al sovrano l’ineluttabilità
della condizione umana, uguale per tutti e per quante insistenze
facesse il re di fare qualcosa per guarirlo, Francesco rimase
coerentemente sulla sua posizione, giungendo alla fine a convincerlo
ad accettare la morte imminente, che avvenne nel 1482, dopo aver
risolto le divergenze in corso con la Chiesa.
Dopo
la morte di Luigi XI, il frate che viveva in una misera cella, chiese
di poter ritornare in Calabria, ma la reggente Anna di Beaujeu e poi
anche il re Carlo VIII (1470-1498) si opposero; considerandolo loro
consigliere e direttore spirituale.
Giocoforza
dovette accettare quest’ultimo sacrificio di vivere il resto della
sua vita in Francia, qui promosse la diffusione del suo Ordine,
perfezionò la Regola dei suoi frati “Minimi”, approvata
definitivamente nel 1496 da papa Alessandro VI, fondò il Secondo
Ordine e il Terzo riservato ai laici, iniziò la devozione dei
Tredici Venerdì consecutivi.
Francesco
morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, vicino Tours dove fu
sepolto, era un Venerdì Santo ed aveva 91 anni e sei giorni.
Già
sei anni dopo papa Leone X nel 1513 lo proclamò beato e nel 1519 lo
canonizzò; la sua tomba diventò meta di pellegrinaggi, finché nel
1562 fu profanata dagli Ugonotti che bruciarono il corpo; rimasero
solo le ceneri e qualche pezzo d’osso.
Queste
reliquie subirono oltraggi anche durante la Rivoluzione Francese; nel
1803 fu ripristinato il culto. Dopo altre ripartizioni in varie
chiese e conventi, esse furono riunite e dal 1935 e 1955 si trovano
nel Santuario di Paola; dopo quasi cinque secoli il santo eremita
ritornò nella sua Calabria di cui è patrono, come lo è di Paola e
Cosenza.
Nel
1943 papa Pio XII, in memoria della traversata dello Stretto, lo
nominò protettore della gente di mare italiana. Quasi subito dopo la
sua canonizzazione, furono erette in suo onore basiliche reali a
Parigi, Torino, Palermo e Napoli e il suo culto si diffuse
rapidamente nell’Italia Meridionale, ne è testimonianza l’afflusso
continuo di pellegrini al suo Santuario, eretto fra i monti della
costa calabra che sovrastano Paola, sui primi angusti e suggestivi
ambienti in cui visse e dove si sviluppò il suo Ordine dei ‘Minimi’.
FONTE: http://www.santiebeati.it/
martedì 12 marzo 2013
«Tempi da Anticristo, un Papa guerriero ci guiderà»
di Riccardo Cascioli
Padre Livio, dai microfoni di Radio Maria lei insiste molto sulla prova che aspetta il mondo e soprattutto la Chiesa. Ma quali sono i segni che questo tempo si avvicina?
Mi sembra che i segni siano piuttosto evidenti: in una parola si potrebbe dire l’avanzata del potere delle tenebre. Non solo la grave crisi economica e finanziaria, ma la possibilità che oggi l’uomo ha di distruggere la terra su cui vive, il trionfo della religione umanitaria, la costruzione di un mondo senza Dio e quindi lo scatenarsi di un attacco furioso contro la Chiesa, la persecuzione. Se guardiamo con attenzione non possiamo non vedere come il tempo abbia preso un’accelerazione incredibile, come un masso che prende velocità staccandosi da una montagna e rotolando verso il basso.
Lei parla di un grande attacco alla Chiesa, e lo ha detto più volte anche Benedetto XVI parlando di nemici esterni ma anche interni.
Si deve leggere questa situazione come l’approssimarsi del grande attacco di Satana alla Chiesa, “Satana sciolto dalle catene” nel linguaggio dell’Apocalisse e come afferma la Madonna a Medjugorje. L’obiettivo è distruggere la Chiesa, delegittimare i suoi pastori, e il cristianesimo in generale. Mi sembra sia evidente come la Chiesa sia sotto attacco globale, anche attraverso i media e i grandi poteri che regolano il mondo, mentre si afferma una nuova religione umanitaria, con l’uomo ridotto ad animale. E’ l’impostura anticristica di cui parla anche il catechismo della Chiesa cattolica (no. 675-676). Il tempo della prova, per la Chiesa, è il tempo della grande apostasia, e lo stiamo già vedendo.
Quali sono i segni all’interno della Chiesa?
Lo vediamo soprattutto in uno sbriciolamento della fede, e responsabili ne sono gli stessi sacerdoti. Maria Valtorta lo aveva previsto già nel 1943, ma anche la Madonna nell’apparizione alle Tre Fontane lo aveva annunciato: la crisi del sacerdozio, che è ancora in atto. Non solo dopo il Concilio hanno abbandonato il sacerdozio il 20% dei preti, ma quelli che sono rimasti si sono in larga parte secolarizzati, hanno edulcorato la fede, la stanno dissolvendo. La crisi del sacerdozio è crisi intellettuale più che morale, cioè è crisi di fede. Lo vediamo in tanti libri di teologi, biblisti, negli insegnamenti nei seminari, c’è quello che già Paolo VI chiamava l’affermarsi di un pensiero non cattolico. Si dissolve la fede in Gesù figlio di Dio, si nega l’inferno – se c’è è vuoto, si dice -, addirittura si arriva a negare i miracoli, vale a dire il soprannaturale che è l’essenza della nostra fede. La parola di Cristo viene demolita, la Sua volontà – vedi la questione del sacerdozio alle donne – la si vorrebbe riaggiustare secondo criteri umani. Si dice che la Chiesa si deve aggiornare e si invocano riforme umane. Ma la Chiesa non si deve aggiornare, è la fedeltà alla sua identità che l’ha preservata nei secoli. Guai a noi se perdiamo la dimensione evangelica, radicale, l’affermazione di Cristo salvatore del mondo. La tentazione da superare è il cedimento al mondo. Cosa hanno risolto i protestanti ammettendo le donne al sacerdozio o eliminando il celibato dei preti? Nulla, anche dal punto di vista morale ci sono più pedofili tra i pastori protestanti che tra i preti cattolici. Queste sono le false riforme della Chiesa, e il mondo tifa per quelli che nella Chiesa si mettono su questa strada.
E in questo panorama c’è la rinuncia del Papa…
Anche questo è un segno del tempo che si sta preparando. Benedetto XVI è pienamente cosciente di ciò che si prepara, ha rinunciato per dare spazio a uno più forte fisicamente, e lo ha detto con chiarezza. Andiamo verso tempi in cui c’è bisogno anche della forza fisica, oltre che morale, serve un Papa guerriero, un vero soldato di Cristo. E Benedetto XVI continuerà a seguire la battaglia con la preghiera, che è l’arma principale, come desidera anche la Madonna.
Può spiegare meglio questo passaggio?
L’obiettivo della Madonna è rafforzare la fede attraverso la preghiera. Perché dalla preghiera viene tutto, è una sorgente d’acqua che fa ricrescere tutto: l’incontro con Dio, la scoperta dei sacramenti, la luce del discernimento, la forza del combattimento spirituale. Fin dall’inizio delle sue apparizioni a Medjugorje ha invitato i veggenti a dire il Credo, prima del rosario, dopo la messa: sempre il Credo, che Lei dice essere la preghiera più bella. La Madonna vuole riformare la vita cristiana, bisogna che la grazia cambi i cuori, vuole la conversione, ed ecco quindi l’importanza della confessione. Non è un caso che il simbolo di Medjugorie siano le decine di confessionali all’aperto a cui si accostano ogni giorno centinaia di fedeli. Anche questo peraltro conferma quello che dicevo sulla crisi del sacerdozio: qui da noi i confessionali sono vuoti, ma se le stesse persone qui non si confessano e poi si sentono spinte a farlo a Medjugorje, evidentemente c’è qualcosa che non funziona nei preti qui, non è colpa dei fedeli.
Da questa conversione poi la Madonna desidera la pratica dei comandamenti: al proposito, ha fatto scalpore che nell’apparizione dello scorso 25 dicembre per la prima volta la Madonna non abbia parlato: si è invece alzato Gesù Bambino che ha ammonito “Io sono la vera pace, osservate i miei comandamenti”. Se non abbiamo la vita di Cristo dentro di noi, non siamo credibili.
La vera riforma che è chiesta è la santità, e del resto le grandi riforme nella Chiesa le hanno sempre fatte i santi. E tutti i fedeli sono chiamati alla santità, tutti siamo chiamati a una conversione che dura tutta la vita.
Insomma, sembra proprio che la Madonna stia preparando un piccolo esercito per la battaglia che s’avvicina.
Esatto, c’è un’incessante chiamata a diventare suoi apostoli decisi a testimoniare fino a dare la vita. Nel tempo della prova è necessario che ci sia un piccolo gregge che resiste, per dare luce agli altri, punto di riferimento per gli altri. Dio ha sempre fatto così: laddove ci sono le tenebre accende una luce, basti ricordare Massimiliano Kolbe e Edith Stein nei lager nazisti.
FONTE: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-tempi-da-anticristo-un-papa-guerriero-ci-guider-5991.htm
sabato 9 marzo 2013
La grande bufala dei cardinali «amici dei pedofili»
di Massimo Introvigne
L'ottava Congregazione Generale del Collegio dei Cardinali ha deciso che il Conclave per l'elezione del Papa inizierà martedì 12 marzo 2013.
Lo rende noto un comunicato della sala stampa della Santa sede. Al
mattino nella Basilica di S. Pietro sarà celebrata la Messa "pro
eligendo Pontifice" e nel pomeriggio l'ingresso dei cardinali in
Conclave.
Negli ultimi giorni i giornali di tutto il mondo hanno dato rilievo a
una lista di dodici cardinali che avrebbero protetto i preti pedofili,
la «sporca dozzina». La lista è stata diffusa dall'organizzazione
americana SNAP (Survivors Network of Those Abused by Priests, «Rete di
Sopravvissuti Abusati da Preti») e - vedi caso - comprende la
maggioranza di coloro indicati a torto a ragione come «papabili» dai
media, tra cui i cardinali Scola, Ouellet, Dolan e O'Malley.
Ma i giornali - anche italiani - che hanno pubblicato con compiacimento la lista della «sporca dozzina» sanno davvero chi è lo SNAP? Mi permetto di ritenere che non sia così, e che la passione di qualche giornalista per le liste di proscrizione abbia fatto premio sul dovere d'informarsi. Lo SNAP è stato fondato nel 1989 da Barbara Blaine, una ex-vittima delle avances di un prete dell'Ohio quando era una teenager, e il suo volto più pubblico è il direttore David Clohessy, che si presenta anch'egli come un sopravvissuto a molestie clericali ed è il fratello di un ex-prete a sua volta accusato di abusi. Molto noti alla stampa si sono resi anche alcuni leader regionali, fra cui Lyn Taylor, fondatrice dello SNAP in Louisiana.
Senza dubbio lo SNAP ha avuto grande successo nei rapporti con la stampa. Ha stabilito rapporti preferenziali con il New York Times, con il domenicano ultra-progressista Tom Doyle - attivissimo nell'attaccare i vescovi e il Vaticano in ogni sede - e con il giornalista più virulento nei confronti della Santa Sede tra quelli che hanno indagato sui preti pedofili, Jason Berry. Ha predisposto una serie di istruzioni e di manuali indubbiamente sagaci su come creare il massimo danno alla Chiesa Cattolica quando ci si presenta in televisione a raccontare di abusi subiti anni fa. Si consiglia, per esempio, di pronunciare continuamente parole come «piccoli» o «bambini» e di mostrare fotografie infantili per suscitare la compassione del pubblico.
Ma è tutto oro quello che luccica? Nel 2011, nonostante le protezioni di cui gode negli ambienti mediatici, politici e giudiziari ostili alla Chiesa Cattolica, lo SNAP è scivolato su una buccia di banana. È stato accusato di avere pubblicato notizie e documenti coperti dal segreto istruttorio. Non succede solo in Italia, e negli Stati Uniti è perseguito più severamente. Clohessy è stato incriminato e rischia seriamente di andare in prigione. Peggio, nella procedura in corso di fronte a un Tribunale del Missouri per ordine di un giudice locale Clohessy ha dovuto sottoporsi al contro-interrogatorio degli avvocati di sacerdoti accusati di pedofilia. E - nonostante il solito New York Times sia corso in suo soccorso stracciandosi le vesti - le domande sono state ad ampio raggio e la deposizione, non segreta e che risale al 2 gennaio 2012, è stata pubblicata.
Gli avvocati si sono dimostrati piuttosto curiosi. Secondo la sua dichiarazione dei redditi, lo SNAP incassa tre milioni di dollari all'anno. Per che cosa? Si presenta come un centro di assistenza alle vittime degli abusi perpetrati da sacerdoti. Ma per offrire questo tipo di assistenza occorre una licenza come psicologo. Domanda a Clohessy: «Lei e i suoi collaboratori avete questa licenza? Avete almeno compiuto studi che vi qualifichino a prestare assistenza psicologica?». Risposta: «No». «Quanto dei tre milioni di dollari di budget spendete per l'assistenza alle vittime?». Risposta: «Non ne ho idea». Ma prestate veramente questa assistenza? Come?». Risposta: «Incontriamo le persone dove si sentono a loro agio, negli Starbucks [...]. Il grosso del nostro lavoro è parlare, ascoltare...». «Non avete una sede?». «No, lavoro da casa mia a Chicago». «E i soldi dove li tenete?». «Penso in una banca a Chicago». In un anno di cui ha reso pubblico il bilancio, il 2007, lo SNAP ha speso 593 dollari per il «sostegno ai sopravvissuti» agli abusi dei preti e 92.000 dollari in spese di viaggio dei dirigenti.
Un'altra parte interessante della deposizione riguarda le fonti di finanziamento dello SNAP. «Capisco bene, Lei rifiuta di rispondere alla domanda sulle vostre fonti di finanziamento?». «Capisce bene». Tuttavia da altre fonti è di pubblico dominio che lo SNAP riceve generosi finanziamenti dagli avvocati miliardari che si arricchiscono citando le diocesi cattoliche nei casi di pedofilia, a partire da Jeff Anderson, il più noto e tracotante di loro e la mente dietro l'«interrogatorio a orologeria» di Milwaukee dello scorso 20 febbraio, inteso a mettere in cattiva luce il cardinale Dolan - descritto dallo SNAP come il suo nemico più pericoloso - in vista del Conclave. «E lei in cambio "arruola" le vittime di abusi che si rivolgono a voi dirigendole agli studi legali che vi finanziano?», è stato chiesto a Clohessy, che appare spesso in pubblico insieme ad Anderson. Risposta: «Rifiuto di rispondere perché la domanda è offensiva».
Più interessante ancora è la parte dell'interrogatorio in cui Clohessy spiega come fa lo SNAP a denunciare un prete, vescovo o cardinale come pedofilo o amico dei pedofili. «Riceviamo delle accuse credibili». Chi decide che le accuse sono credibili? Lo SNAP. «Come determinate che le accuse sono credibili?». «Abbiamo parecchi criteri». «Gentilmente ce ne illustra qualcuno?». «Ad esempio se c'è più di un accusatore che denuncia la stessa persona». Però ci sono casi in cui l'accusatore è uno solo, ma lo SNAP va avanti e rende pubblica l'accusa lo stesso. Alla fine si ha l'impressione che lo SNAP assomigli al vecchio CAN (Cult Awareness Network), un'organizzazione contro le «sette» che grosso modo era pronta a prendere per buone le accuse contro organizzazioni religiose formulate da chiunque. Una politica che portò il CAN a ripetuti scontri con la giustizia e alla fine alla bancarotta. Lo SNAP ha ben altre protezioni, ma sembra sulla buona strada. «Ammette che lo SNAP talora ha pubblicato comunicati stampa che contenevano informazioni false?». «Certo, è sicuramente così».
Le disgrazie non vengono mai sole. Mentre i giudici del Missouri indagano sulla violazione del segreto istruttorio, in Louisiana il marito del l'influente presidente locale dello SNAP, il dottor Steve Taylor, è arrestato e - il 12 aprile 2011 - condannato a due anni di reclusione, senza condizionale, e incarcerato per il possesso di un centinaio di file di ripugnante pornografia minorile trovati sul suo computer. Le mogli - si potrebbe dire - non sono responsabili per le perversioni dei mariti. Ma il fatto è che il settantunenne dottor Taylor era a sua volta un oratore frequente alle riunioni dello SNAP e per difenderlo erano scesi in campo la presidente dell'organizzazione Blaine e il solito Jason Berry.
Dopo queste vicende - e anche perché le efficaci misure della Chiesa americana hanno ridotto i nuovi casi di pedofilia a pochi episodi isolati - lo SNAP ha cominciato a perdere colpi. Le donazioni sono scese e le finanze, secondo una mail mandata ai sostenitori, «sono a malapena sufficienti a pagare le spese». Il 1° marzo un giornale non certo ostile, il Washington Post, ha pubblicato un articolo dove varie voci denunciano la perdita di vigore del movimento dei «sopravvissuti» agli abusi clericali, la cui energia sembra essersi «esaurita». Con il colpo della lista dei cardinali - la mossa disperata di un'organizzazione in crisi - lo SNAP spera ora di riciclarsi all'estero, Italia compresa, e di ripulire un'immagine macchiata da troppi scandali.
È il caso di dirlo chiaramente: quella dei preti pedofili è una tragedia reale, che - Benedetto XVI ce lo ha insegnato - nessuno deve giustificare o sottovalutare. Ma organizzazioni come lo SNAP, piene di profittatori che trasformano la lotta alla pedofilia in un business miliardario e di ideologi che ce l'hanno con la Chiesa a prescindere, sono parte del problema, non della soluzione. I giornalisti, anche nostrani, dovrebbero smettere di prendere per oro colato le loro bufale.
Ma i giornali - anche italiani - che hanno pubblicato con compiacimento la lista della «sporca dozzina» sanno davvero chi è lo SNAP? Mi permetto di ritenere che non sia così, e che la passione di qualche giornalista per le liste di proscrizione abbia fatto premio sul dovere d'informarsi. Lo SNAP è stato fondato nel 1989 da Barbara Blaine, una ex-vittima delle avances di un prete dell'Ohio quando era una teenager, e il suo volto più pubblico è il direttore David Clohessy, che si presenta anch'egli come un sopravvissuto a molestie clericali ed è il fratello di un ex-prete a sua volta accusato di abusi. Molto noti alla stampa si sono resi anche alcuni leader regionali, fra cui Lyn Taylor, fondatrice dello SNAP in Louisiana.
Senza dubbio lo SNAP ha avuto grande successo nei rapporti con la stampa. Ha stabilito rapporti preferenziali con il New York Times, con il domenicano ultra-progressista Tom Doyle - attivissimo nell'attaccare i vescovi e il Vaticano in ogni sede - e con il giornalista più virulento nei confronti della Santa Sede tra quelli che hanno indagato sui preti pedofili, Jason Berry. Ha predisposto una serie di istruzioni e di manuali indubbiamente sagaci su come creare il massimo danno alla Chiesa Cattolica quando ci si presenta in televisione a raccontare di abusi subiti anni fa. Si consiglia, per esempio, di pronunciare continuamente parole come «piccoli» o «bambini» e di mostrare fotografie infantili per suscitare la compassione del pubblico.
Ma è tutto oro quello che luccica? Nel 2011, nonostante le protezioni di cui gode negli ambienti mediatici, politici e giudiziari ostili alla Chiesa Cattolica, lo SNAP è scivolato su una buccia di banana. È stato accusato di avere pubblicato notizie e documenti coperti dal segreto istruttorio. Non succede solo in Italia, e negli Stati Uniti è perseguito più severamente. Clohessy è stato incriminato e rischia seriamente di andare in prigione. Peggio, nella procedura in corso di fronte a un Tribunale del Missouri per ordine di un giudice locale Clohessy ha dovuto sottoporsi al contro-interrogatorio degli avvocati di sacerdoti accusati di pedofilia. E - nonostante il solito New York Times sia corso in suo soccorso stracciandosi le vesti - le domande sono state ad ampio raggio e la deposizione, non segreta e che risale al 2 gennaio 2012, è stata pubblicata.
Gli avvocati si sono dimostrati piuttosto curiosi. Secondo la sua dichiarazione dei redditi, lo SNAP incassa tre milioni di dollari all'anno. Per che cosa? Si presenta come un centro di assistenza alle vittime degli abusi perpetrati da sacerdoti. Ma per offrire questo tipo di assistenza occorre una licenza come psicologo. Domanda a Clohessy: «Lei e i suoi collaboratori avete questa licenza? Avete almeno compiuto studi che vi qualifichino a prestare assistenza psicologica?». Risposta: «No». «Quanto dei tre milioni di dollari di budget spendete per l'assistenza alle vittime?». Risposta: «Non ne ho idea». Ma prestate veramente questa assistenza? Come?». Risposta: «Incontriamo le persone dove si sentono a loro agio, negli Starbucks [...]. Il grosso del nostro lavoro è parlare, ascoltare...». «Non avete una sede?». «No, lavoro da casa mia a Chicago». «E i soldi dove li tenete?». «Penso in una banca a Chicago». In un anno di cui ha reso pubblico il bilancio, il 2007, lo SNAP ha speso 593 dollari per il «sostegno ai sopravvissuti» agli abusi dei preti e 92.000 dollari in spese di viaggio dei dirigenti.
Un'altra parte interessante della deposizione riguarda le fonti di finanziamento dello SNAP. «Capisco bene, Lei rifiuta di rispondere alla domanda sulle vostre fonti di finanziamento?». «Capisce bene». Tuttavia da altre fonti è di pubblico dominio che lo SNAP riceve generosi finanziamenti dagli avvocati miliardari che si arricchiscono citando le diocesi cattoliche nei casi di pedofilia, a partire da Jeff Anderson, il più noto e tracotante di loro e la mente dietro l'«interrogatorio a orologeria» di Milwaukee dello scorso 20 febbraio, inteso a mettere in cattiva luce il cardinale Dolan - descritto dallo SNAP come il suo nemico più pericoloso - in vista del Conclave. «E lei in cambio "arruola" le vittime di abusi che si rivolgono a voi dirigendole agli studi legali che vi finanziano?», è stato chiesto a Clohessy, che appare spesso in pubblico insieme ad Anderson. Risposta: «Rifiuto di rispondere perché la domanda è offensiva».
Più interessante ancora è la parte dell'interrogatorio in cui Clohessy spiega come fa lo SNAP a denunciare un prete, vescovo o cardinale come pedofilo o amico dei pedofili. «Riceviamo delle accuse credibili». Chi decide che le accuse sono credibili? Lo SNAP. «Come determinate che le accuse sono credibili?». «Abbiamo parecchi criteri». «Gentilmente ce ne illustra qualcuno?». «Ad esempio se c'è più di un accusatore che denuncia la stessa persona». Però ci sono casi in cui l'accusatore è uno solo, ma lo SNAP va avanti e rende pubblica l'accusa lo stesso. Alla fine si ha l'impressione che lo SNAP assomigli al vecchio CAN (Cult Awareness Network), un'organizzazione contro le «sette» che grosso modo era pronta a prendere per buone le accuse contro organizzazioni religiose formulate da chiunque. Una politica che portò il CAN a ripetuti scontri con la giustizia e alla fine alla bancarotta. Lo SNAP ha ben altre protezioni, ma sembra sulla buona strada. «Ammette che lo SNAP talora ha pubblicato comunicati stampa che contenevano informazioni false?». «Certo, è sicuramente così».
Le disgrazie non vengono mai sole. Mentre i giudici del Missouri indagano sulla violazione del segreto istruttorio, in Louisiana il marito del l'influente presidente locale dello SNAP, il dottor Steve Taylor, è arrestato e - il 12 aprile 2011 - condannato a due anni di reclusione, senza condizionale, e incarcerato per il possesso di un centinaio di file di ripugnante pornografia minorile trovati sul suo computer. Le mogli - si potrebbe dire - non sono responsabili per le perversioni dei mariti. Ma il fatto è che il settantunenne dottor Taylor era a sua volta un oratore frequente alle riunioni dello SNAP e per difenderlo erano scesi in campo la presidente dell'organizzazione Blaine e il solito Jason Berry.
Dopo queste vicende - e anche perché le efficaci misure della Chiesa americana hanno ridotto i nuovi casi di pedofilia a pochi episodi isolati - lo SNAP ha cominciato a perdere colpi. Le donazioni sono scese e le finanze, secondo una mail mandata ai sostenitori, «sono a malapena sufficienti a pagare le spese». Il 1° marzo un giornale non certo ostile, il Washington Post, ha pubblicato un articolo dove varie voci denunciano la perdita di vigore del movimento dei «sopravvissuti» agli abusi clericali, la cui energia sembra essersi «esaurita». Con il colpo della lista dei cardinali - la mossa disperata di un'organizzazione in crisi - lo SNAP spera ora di riciclarsi all'estero, Italia compresa, e di ripulire un'immagine macchiata da troppi scandali.
È il caso di dirlo chiaramente: quella dei preti pedofili è una tragedia reale, che - Benedetto XVI ce lo ha insegnato - nessuno deve giustificare o sottovalutare. Ma organizzazioni come lo SNAP, piene di profittatori che trasformano la lotta alla pedofilia in un business miliardario e di ideologi che ce l'hanno con la Chiesa a prescindere, sono parte del problema, non della soluzione. I giornalisti, anche nostrani, dovrebbero smettere di prendere per oro colato le loro bufale.
FONTE: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-grande-bufala-dei-cardinali-amici-dei-pedofili-5973.htm
mercoledì 6 marzo 2013
Chiesa, attacchi «inauditi» e «terrificanti»
di Massimo Introvigne
Lo denuncia la nota, davvero inconsueta, diffusa sabato dalla Segreteria
di Stato: è un attacco inaudito. È quello cui è sottoposta la Chiesa in
vista del Conclave, e che rappresenta il culmine di quanto è avvenuto
durante tutto il pontificato di Benedetto XVI. Una persecuzione
quotidiana, che non si è mai fermata. Non uso a caso la parola
«inaudito». È una parola molto forte perché indica qualche cosa che non
solo, con questa gravità, non si è mai verificato prima, ma di cui
neppure prima d’ora si era sentito – propriamente – a parlare.
«Inaudito»: che non è mai stato ascoltato prima. Uso questa parola
perché è di Benedetto XVI. La usa, in un brano che sembra scritto per le
vicende di questi giorni, nell’enciclica «Caritas in veritate» al n.
75: «Pronti a scandalizzarsi per cose marginali, molti sembrano
tollerare ingiustizie inaudite». E di «inaudite sofferenze», con
riferimento alle stragi di cristiani in Africa, il Papa aveva parlato in
una lettera al presidente dei vescovi del Kenya nel 2008.
A «inaudito» si deve affiancare un altro aggettivo di forza non comune: «terrificante». Il Papa lo ha usato nel viaggio a Fatima a proposito degli attacchi che gli venivano rivolti dall’interno stesso della Chiesa: «vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». E – sempre a proposito degli attacchi interni – nella lettera del 10 marzo 2009 dove spiegava perché aveva rimesso la scomunica ai vescovi consacrati da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), Benedetto XVI aveva usato una terza espressione fortissima, desunta dalla Lettera ai Galati di san Paolo: c’è chi nella Chiesa vuole «mordere e divorare» coloro che percepisce come avversari e in ultimo lo stesso Pontefice. «“Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!”. Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa».
Rivediamo tutto questo aprendo i giornali ostili alla Chiesa – sempre i soliti, da Repubblica al New York Times, cui però fanno eco in tanti, e sorprendentemente anche media che si dicono cattolici – a proposito del Conclave. Tutto è ridotto a scandalo, sporcizia, vergogna. Notizie vere come quelle che riguardano i preti pedofili sono amplificate a dismisura fino a perdere ogni contatto con la realtà, secondo il meccanismo di quelli che la sociologia chiama «panici morali». Né ci si vergogna d’inventare notizie totalmente false, come quelle che continuano a circolare su Internet di mandati d’arresto internazionali in arrivo per Benedetto XVI o della presunta menzione, nel rapporto dei tre cardinali che hanno indagato sul caso Vatileaks, del coinvolgimento di prelati vicini al Papa in scandali sessuali.
Appena un cardinale impegnato a difendere il Magistero del Papa è citato come possibile «papabile» – a torto o a ragione –, subito si denuncia qualche scandalo, preferibilmente collegato alla pedofilia e magari risalente a qualche decennio fa ma su cui – vedi caso – i giudici ritengono di sentire il porporato proprio in questi giorni. Sta capitando negli Stati Uniti al cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York e presidente della Conferenza Episcopale, secondo un modello di «giustizia a orologeria» inventato da certi pubblici ministeri italiani ma ormai diffuso in tutto il mondo. E non è l’unico caso.
Chi ha cospirato contro Benedetto XVI e ora cospira contro il Conclave? Chi «morde e divora»? Chi, con strategie «terrificanti», cerca di coprire le sue «ingiustizie inaudite»? La risposta è complessa, e certamente non c’è un unico «grande vecchio», un’unica regia. Per capire di più, possiamo esaminare la prima grande offensiva contro Benedetto XVI, che inizia con il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, il quale contiene una citazione giudicata da alcuni offensiva nei confronti dell’islam e dei musulmani.
Appena pronunciato questo discorso, inizia un processo in tre fasi. Prima fase: un buon numero di media occidentali, con alla testa il solito New York Times, estrapolano la citazione dal contesto e sbattono la notizia della presunta offesa ai musulmani in prima pagina. Seconda fase: al coro si uniscono esponenti cattolici ostili al Papa, compiacentemente intervistati dagli stessi media. Terzo: gli ultra-fondamentalisti musulmani diffondono la notizia nelle terre dove operano e si passa alla violenza, con suore e sacerdoti percossi e uccisi e chiese bruciate.
Questo schema si ritrova in tanti altri episodi. Un esempio tipico è quello del marzo 2009 quando - sull’aereo che lo porta in Camerun - Benedetto XVI risponde a un cronista francese che gli pone una domanda sull’AIDS, spiegando che la distribuzione massiccia di preservativi non risolve ma aggrava il problema. La risposta del Papa, peraltro scientificamente corretta, occupa le cronache internazionali per tutto il viaggio, mettendo in ombra i suoi profondi insegnamenti sulle malefatte delle istituzioni internazionali e di alcune multinazionali in Africa – e forse era proprio questo lo scopo. Anche qui sono i grandi media laicisti a gridare allo scandalo, ma subito – seconda fase – intervengono a «mordere» il Papa i teologi progressisti e i «cattolici adulti». Quindi – terza fase – arriva la violenza, non fisica questa volta ma istituzionale di governi come quello del Belgio che censurano il Pontefice e annunciano misure contro la Chiesa. Si crea qui il contesto in cui dopo qualche mese la polizia belga, a caccia d’improbabili pedofili, sequestrerà fisicamente per ore i vescovi locali e aprirà le tombe di due cardinali, alla ricerca di documenti sulla pedofilia che lì avrebbero potuto essere nascosti solo in una delle pagine peggiori di Dan Brown.
Gli attacchi sono «inauditi» proprio perché non vengono da una parte sola. Contro Benedetto XVI e oggi contro la Chiesa e il Conclave si sono mossi cinque diversi nemici.
Il primo, forse più potente e pericoloso, è costituito dalla galassia di organizzazioni laiciste, omosessuali, massoniche, femministe, delle cliniche dell’aborto e dell’eutanasia, delle case farmaceutiche che vendono prodotti abortivi, degli avvocati che chiedono risarcimenti miliardari per i casi di pedofilia. Questa lobby odia la Chiesa per la sua opposizione intransigente al relativismo e la sua difesa dei principi non negoziabili in tema di vita e di famiglia, che talora disturba anche affari molto lucrosi. Ed è una lobby che ha un’influenza davvero «inaudita» sui più potenti media mondiali.
Il secondo grande nemico della Chiesa, spesso pericolosamente trascurato per malinteso spirito di dialogo e «buonismo», è l’ultra-fondamentalismo islamico. Illuso che sia davvero possibile per l’islam riprendere la conquista del mondo intero, entusiasmato dai suoi successi prima terroristici – a partire dall’11 settembre – e poi politici, il segmento più radicale dell’islam fondamentalista ha sofferto come una ferita intollerabile il sorpasso statistico dei cristiani sui musulmani nel continente africano – il dato riguarda l’Africa nel suo insieme, Maghreb compreso – e ha risposto con gli assassini e le stragi. A questo fondamentalismo radicale Benedetto XVI – pure così attento a non confonderlo con l’islam in generale – non ha mai fatto sconti. Certo, ideologicamente l’ultra-fondamentalismo islamico è lontanissimo dal laicismo. Ma è pronto a sfruttare gli assist dei media laicisti per attaccare la Chiesa, e a profittare del loro silenzio quando la sua violenza si dirige contro i cristiani.
Il terzo grande nemico di Benedetto XVI è stato il progressismo cattolico e l’azione insistita e fastidiosa di quei «cattolici adulti» e teologi i quali hanno visto la loro autorità e il loro potere nella Chiesa minacciato dallo smantellamento da parte di Benedetto XVI di quella interpretazione del Concilio Vaticano II in termini di discontinuità e di rottura con il Magistero precedente su cui avevano costruito per decenni carriere e fortune. E oggi, in vista del Conclave, questo progressismo – le cui lamentele trovano pronta eco nei media laicisti internazionali – tenta di aggredire preventivamente i cardinali più attivi e fedeli nel diffondere questi insegnamenti del Pontefice.
Ma l’«ermeneutica della riforma nella continuità» del Vaticano II di Papa Ratzinger, se ha sottolineato la continuità, ha anche sempre precisato che non è facoltativo accettare, del Concilio, l’elemento di riforma. Proprio sul punto secondo cui accettare il Concilio nei suoi documenti, e anche nel suo senso di evento storico globale, è obbligatorio, Benedetto XVI è stato attaccato con sempre maggiore acrimonia anche da un quarto fronte, quello degli ultra-conservatori che forse all’inizio si erano illusi di trovare in lui una sponda e un sostegno. Solo chi non conosce questi ambienti non si rende conto di quante voci e rumori – poi ripresi dai media anti-cattolici – siano stati inizialmente diffusi proprio qui, e di quanti danni abbiano fatto attacchi che hanno cercato di colpire Benedetto XVI sul punto grave e delicatissimo dell’ortodossia dottrinale, seminando dubbi e sospetti. E negli ultimi giorni abbiamo visto quanto fosse soltanto di facciata il rispetto ostentato da certi ambienti ultra-conservatori per il Papa, che alcuni, con un cattivo gusto violento, hanno paragonato addirittura al comandante Schettino, e di cui hanno attaccato senza ritegno il discorso ai parroci romani, dove Benedetto XVI ribadiva il dovere di tutti di fedeltà al Vaticano II reale, che fu ed è cosa diversa dalla sua rappresentazione spesso distorta nei media.
Infine, Benedetto XVI ha avuto anche un quinto nemico, inconsapevole e involontario ma non per questo meno pericoloso. Si tratta delle imprudenze, ritardi ed errori di comunicazione degli stessi collaboratori del Papa. Nell’epoca di Internet e di Facebook se una notizia falsa non è smentita entro due o tre ore le possibilità di replica efficace si riducono a poco più di zero. Migliorare la comunicazione della Santa Sede è una delle grandi sfide che attendono il prossimo Pontefice.
I risultati di questi attacchi «inauditi», lo ha detto ancora il Papa nel viaggio a Fatima, sono a loro volta inauditi. Non solo leggendo i giornali o guardando la televisione ci si trova davanti a «ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa della vita». Ma la stessa fede è in pericolo di morte. «La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata». Non ci sono solo i corifei del secolarismo, «non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al secolarismo». E il risultato è che la stessa verità naturale viene meno: e ogni «popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia».
Non è coltivazione della speranza cristiana, è soltanto imprudenza non vedere quanto gli attacchi siano «inauditi». «L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce a interromperlo», ha detto ancora il Papa a Fatima. Nello stesso tempo, proprio a Fatima, il Papa ha ricordato le parole della Madonna che, dopo avere preannunciato terribili tragedie, concluse il suo messaggio in Portogallo annunciando: «Infine il mio Cuore Immacolato trionferà». Sì, ripeteva allora Benedetto XVI, «nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa». Spetterà probabilmente al prossimo Pontefice celebrare nel 2017 il centenario delle apparizioni di Fatima. Vale allora la pena di rileggere, con trepidazione e speranza, quanto – dopo l’apprezzamento così realistico della crisi inaudita e «terrificante» – Benedetto XVI ebbe ad affermare a Fatima nel 2010, sette anni prima del centenario del 2017: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria, a gloria della Santissima Trinità».
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